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Che cosa sta succedendo a Nexi?

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Che cosa sta succedendo alla neoquotata Nexi? La più grande Ipo su scala europea deve fare i conti con la valutazione di partenza. Fatti, numeri, confronti e commenti

Nel difficile contesto geo-politico e finanziario italiano, a metà aprile si era avverato un mezzo miracolo: era divenuta realtà la più grande raccolta di capitali (oltre 2 miliardi) da inizio anno non solo del mercato nazionale, ma anche di quello europeo e, fine a quella data (16 aprile), addirittura del mondo. Un record.

Per una borsa sfittica come quella locale dove negli ultimi anni si è assistito di fatto solo a decine di quotazioni sul mercato Aim, quello dedicato alle pmi. Mentre di grandi collocamenti, oltre a Pirelli (2,275 miliardi, picco del 2017), non ce ne sono stati se è vero che con le ipo del 2016 (tre su Mta) erano stati raccolti solo 1,4 miliardi, l’anno successivo 5,4 miliardi, solo grazie all’exploit del gruppo degli pneumatici (7 le matricole sul listino principale), e nel 2018 si erano incamerati 2 miliardi (4 debutti su Mta), quindi quanto raccolto dalla sola Nexi.

Ma se gli azionisti, ovvero i fondi di private equity Advent, Bain e l’italiana Clessidra, della società attiva nel business del digital payment e guidata da Paolo Bertoluzzo ci hanno guadagnato – l’offerta globale ha previsto anche un aumento di capitale da 700 milioni servito non tanto allo sviluppo, quanto al rimborso di parte del debito monstre, sceso a 1,7 miliardi -, al momento il mercato, gli investitori e i piccoli risparmiatori ci hanno perso. E non poco. Visto che dal debutto le azioni hanno già perso il 9% del valore, scendendo dai 9 euro dell’avvio delle contrattazioni agli 8,17 euro di venerdì 3 maggio, con un minimo assoluto, 7,85 euro, toccato nel pomeriggio di giovedì 2.

A oggi, insomma, la quotazione da record per il 2019 – quelle attese da Ferretti a Sanlorenzo, da Italian Sea Group a Rcf Group avranno valori inferiori-, sta deludendo. Basti dire che, finora, in termini assoluti, sono stati bruciati 520 milioni in termini di capitalizzazione, rispetto al valore iniziale. Ma che qualche cosa non sia andato per il verso giusto lo si era notato proprio al debutto, quando le azioni Nexi avevano archiviato la seduta in flessione del 6,22% – la peggior performance tra le mid e big cap di Piazza Affari dal 2010 a oggi – come calcolato da MF-Milano Finanza lo scorso 17 aprile.

Ma quello che aveva colpito di più gli osservatori delle cose di borsa era stato l’eccesso di vendite sul titolo: il 16 aprile, infatti, era passato di mano quasi il 10% del capitale, mentre nelle sedute successive, e fino a quella di venerdì 3, non è mai stato scambiato più dello 0,95%. E se non ci sono le prove si può ipotizzare che all’avvio delle contrattazioni molti fondi internazionali – l’offerta era rivolta solo agli istituzionali – hanno preferito perdere rispetto all’investimento fatto, ma monetizzare e uscire di scena.

Pensare che il processo di quotazione era stato gestito dal gotha del sistema creditizio: BofA Merrill Lynch, Banca Imi, Credit Suisse, Goldman e Mediobanca erano i joint global coordinator; Banca Akros, Barclays, Citigroup, Mps, Ubi, Ubs e Unicredit i joint bookrunner. Ma, forse, tutto ciò non è bastato.

Anche se va detto che, comunque oggi, Nexi ha una market cap di 5,13 miliardi, superiore a quella della solida Banca Mediolanum di Ennio Doris e Silvio Berlusconi (4,82 miliardi) o delle varie A2A (4,59 miliardi), Italgas (4,46 miliardi), Diasorin (4,96 miliardi) o Prysmian (4,61 miliardi). Certo che, il mercato ha preso atto dell’eccesso di valore assegnato, o preteso, dai fondi di private equity visto che la forchetta di prezzo iniziale era stata fissata a 8,5-10,35 euro, poi rivista a 9-9,5 euro. A testimonianza del (per ora) mezzo flop a Piazza Affari, resta l’episodio curioso del debutto: nel maxi-schermo e nei video della sala principale di Palazzo Mezzanotte, l’andamento del titolo del gruppo digitale non era mai stato proiettato nel corso dell’evento mattutino.

E quali effetti può avere questa quotazione alquanto cara? Con la premessa che Nexi ha, comunque, ridato smalto alla borsa milanese e riacceso l’attenzione per il mercato finanziario italiano – in una difficile situazione generale, a partire dalla continue tensioni interne al governo giallo-verde -, va detto che ora quelle società in qualche modo assimilabili, come Agos Ducato (credito al consumo, controllata dal Credit Agricole e partecipata dal Banco Bpm), il Credito Fondiario (gestione npl controllato dal fondo Elliott) o Teamsystem (software gestionali, controllata da Hellman&Friedman), che pareva avessero avviato la macchina per l’approdo a Piazza Affari, ora hanno tirato il treno.

(Estratto di un articolo pubblicato sabato scorso sul settimanale Milano Finanza; qui la versione integrale)

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CHI E PERCHE’ HA CRITICATO IL PREZZO DI QUOTAZIONE DI NEXI. FATTI, NUMERI E ANALISI

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