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Il fisco americano mette nel mirino i bitcoin. E i millennials svendono

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La legge Usa tassa le criptovalute come proprietà: chi ha investito deve molti soldi all’IRS. L’evasione però è massiccia e il governo federale gioca la carta dell’amnistia

Sembra che gli americani che investono in bitcoin si stiano rendendo conto – un po’ in ritardo – che comprare e vendere monete digitali non è un’attività esentasse. Per molti, soprattutto i millennials, la “scoperta” del (cospicuo) prelievo fiscale sui bitcoin è stata una molla a disfarsi di almeno parte dell’investimento, un trend che ha avuto un peso sul crollo del valore a fine 2017. All’inizio dell’anno scorso il bitcoin valeva 997 dollari; la valuta virtuale più nota ha chiuso intorno ai 13.000 dollari dopo aver toccato a metà dicembre il picco di 19.000 dollari (dati di CoinDesk). Quest’anno il valore del bitcoin è sceso di circa il 37%; il prezzo attuale si aggira sugli 8.000 dollari. Alcuni millennials scelgono di vendere nonostante i prezzi bassi per “soddisfare lo zio Sam”, afferma Bradley Rotter, vice chairman di Rivetz, società americana che ha lanciato un suo token virtuale. “I giovani non pensano alle tasse oppure non hanno mai investito prima e realizzare di dover versare parte del loro guadagno al fisco è stato uno shock”, ha detto Cathie Wood, Ceo & Cio di ARK Invest. “Hanno guadagnato tanti soldi l’anno scorso, ma non hanno così tante criptovalute per coprire le tasse”.

I BITCOIN SONO COME LA CASA

Come e quanto sono tassate oggi le valute digitali negli Usa risulta chiaro da un video di Cnbc : chi ha comprato bitcoin per 1.000 dollari a gennaio 2017 a dicembre aveva in tasca l’equivalente di 20.000 dollari, ma se li ha venduti ora ne deve 7.000 al governo. Nel 2014 l’IRS ha infatti deciso che i bitcoin e tutte le criptomonete sono tassati non come valuta bensì come proprietà; tutto ciò che viene comprato utilizzando bitcoin e altre criptovalute va dichiarato al fisco. Quando un contribuente compra e vende bitcoin nello stesso anno deve pagarci l’imposta sul reddito, indipendentemente che li scambi con altre valute alternative o valute tradizionali, spiega Vincenzo Villamena, fondatore e Ceo di OnlineTaxman.com. Queste operazioni sono trattate come plusvalenza di breve termine (short-term capital gain), con un’aliquota che può arrivare al 39%. I bitcoin venduti dopo essere stati conservati per più di un anno sono tassati invece come capital gain di lungo termine, con aliquota che va dal 15 al 23,8%. Anche le attività di mining e gli airdrop, ovvero “regali” in criptovaluta dati da chi li sviluppa per far conoscere il prodotto e suscitare interesse, sono tassati, ma come reddito, non plusvalenza.

ALL’IRS RISULTANO SOLO 900 INVESTITORI

Molti investitori dei bitcoin tendono a pensare che la vendita e l’acquisto di valuta virtuale equivalgano alle transazioni di tipo “like-kind exchange”, per le quali è possibile differire il pagamento dell’imposta sulla plusvalenza, spiega Villamena, e ora “è difficile rassegnarsi alla realtà: se ci fanno un sacco di soldi devono pagarci le tasse. Molti non vogliono pagare e cercano di restare anonomi”. Ci sono riusciti: dal 2013 al 2015 meno di 900 persone negli Stati Uniti hanno presentato ogni anno al fisco il modello 8949 per la denuncia di proprietà di monete virtuali mentre, solo sulla piattaforma di Coinbase, gli utenti che hanno effettuato operazioni con bitcoin per un valore superiore a 20.000 dollari erano 14 milioni ogni anno. Di qui la legge del 2014 che equipara le valute virtuali a proprietà e anche la citazione in giudizio di Coinbase.

IL BASTONE E LA CAROTA

Ora il governo federale prova a cambiare la legge per essere meno severo e al tempo stesso far emergere gli investitori nascosti nell’ombra: la proposta bipartisan Crypto Tax Fairness Act  dello scorso settembre (non ancora approvata in via definitiva) prevede un’amnistia: esenta dalle tasse le transazioni in criptomonete che non superano il valore di 600 dollari. Per le altre operazioni, tocca pagare: a novembre 2017 un tribunale federale ha dato ragione all’IRS nella causa con Coinbase e ordinato alla piattaforma di scambio di San Francisco di consegnare oltre 14.000 account dei suoi utenti relativi a transazioni effettuate tra il 2013 e il 2015. Nelle scorse settimane la Sec ha anche pubblicato una nota indicando che le piattaforme online dove si scambiano asset digitali considerati alla stregua di titoli si devono registrare presso l’organo di vigilanza di Borsa, con conseguente tonfo del bitcoin.

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