Energia

Vi spiego a cosa serve lo scudo penale per Arcelor Mittal su Ilva. L’analisi di Cazzola

di

ex Ilva

L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola sui motivi della decisione di Arcelor Mittal sull’ex Ilva di Taranto legati al cosiddetto scudo penale

Mentre la Svimez presentava il suo consueto Rapporto sulla situazione economica e sociale del Mezzogiorno, aggiungendo – alle osservazioni critiche ormai divenute tradizionali – taluni ulteriori dati negativi, quali il crollo demografico e il fallimento del reddito di cittadinanza nel favorire l’accesso al lavoro, una nota dell’Arcelor-Mittal (a commento di una lettera inviata ai commissari) innescava una vera e propria – così è stata definita – ‘’bomba sociale’.

La multinazionale franco-indiana confermava quanto andava dicendo da mesi: il suo proposito di risolvere il contratto che la legava (prima come affittuario, poi come acquirente), al gruppo Ilva, a causa del venir meno di quello ‘’scudo penale’’ riconosciuto ai commissari straordinari e garantito anche al nuovo management nell’accordo stipulato con il governo. Fino a qui, i fatti.

Il comunicato chiarisce la posizione della società. ArcelorMittal ricorda che il contratto prevedeva che “nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l’attuazione del piano industriale, la Società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso”.

Poiché il “Parlamento italiano ha eliminato”, con “effetto dal 3 novembre 2019”, la “protezione legale necessaria alla Società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale’’ si giustifica così – secondo Arcelor-Mittal – il proposito di recedere dal contratto.

A questo punto, sorge spontanea la domanda: perché è tanto importante una norma che assicuri l’immunità penale, con tutti i rischi di incostituzionalità che si porta appresso? La società lo spiega: “I provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto”, aggiunge il comunicato, “obbligano i commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 – termine che gli stessi commissari hanno ritenuto impossibile da rispettare – pena lo spegnimento dell’Altoforno numero 2. Ora”, sempre secondo l’azienda, le suddette prescrizioni “dovrebbero ragionevolmente e prudenzialmente essere applicate anche ad altri due altiforni dello stabilimento di Taranto”. Ma, tale spegnimento “renderebbe impossibile per la Società attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il Contratto”.

Insomma, dove sta il problema? Arcelor-Mittal non lo dice esplicitamente, ma lo scudo penale, nella sua eccezionalità, è un provvedimento necessario, in una situazione in cui la magistratura sembra avvalersi – da anni – dei suoi poteri per condurre una guerra spietata allo stabilimento siderurgico di Taranto, imponendo processi di risanamento con modalità e tempi incompatibili con le caratteristiche dei processi produttivi della siderurgia e con un minimo di economicità dell’acciaieria (la seconda per importanza in Europa). E’ difficile dare torto a un investitore a cui si chiede l’impossibile, ma si pretende che lo faccia, pena il rischio di incappare nei vincoli (e nei ceppi) della giustizia.

Il governo, per ora, sembra sostenere la tesi che la risoluzione del contratto non può essere un atto unilaterale, ma i motivi vanno accertati in giudizio perché non è detto che sia il venir meno della norma sull’immunità a ‘’rendere impossibile ‘’ la gestione o l’attuazione del piano industriale. Ma può un giudice entrare nel merito di una scelta imprenditoriale e obbligare un’azienda a rispettare un contratto ormai ritenuto inficiato in uno dei suoi aspetti fondamentali? Ormai, sulla via del risanamento sono in campo due cronoprogrammi: uno contenuto nel contratto con scadenze, investimenti, opere che tengono conto della realtà produttiva; l’altro, previsto dalle ordinanze della magistratura basate sugli ultimatum, che rende impossibile l’attuazione dei piani di risanamento ambientale e di ristrutturazione produttiva.

Basti pensare soltanto al lavoro necessario per coprire 78 ettari di parco geo-minerario, in modo che il vento non disperda le polveri sulle abitazioni. I danni economici e sociali che deriverebbero dalla chiusura degli stabilimenti Ilva sono ampiamente documentati in queste ore, ma nessuno rinuncia al rimpallo tra lavoro e salute (anche se le conseguenze economiche ed occupazionali sono arcinote, mentre per quanto riguarda i danni alla salute si ragiona troppo per sentito dire). Ciò che non è chiaro è il rapporto che esiste tra questi due valori primari in una società sviluppata ed industrializzata. La tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori ha costituito l’embrione di quei diritti sociali che hanno formato, nel tempo, un moderno sistema di welfare.

Basta risalire alla fine del XIX secolo per trovare l’affermazione, nelle prime legislazioni di carattere sociale, del principio in forza del quale il datore, proprio perché si avvale del lavoro dei propri dipendenti, ha il dovere di garantire loro condizioni di sicurezza e di risponderne in presenza di eventi negativi quali gli infortuni e le malattie professionali sulla base di una presunzione assoluta della pericolosità del lavoro, soprattutto in ambienti in cui siano operativi e funzionanti, in autonomia, impianti e macchinari. Le normative più recenti (ma risalenti ormai a parecchi decenni) hanno individuato, progressivamente, dei nessi di responsabilità dell’impresa nei confronti del territorio circostante.

Così esistono precise regole sulle emissioni, gli scarichi, lo stoccaggio dei materiali di scarto, specie se pericolosi, e quant’altro: regole la cui frequente violazione ha prodotto devastazioni ambientali inaccettabili, avvelenando i fiumi, il mare, l’aria, la terra, le acque. Nel contesto della globalizzazione, la possibilità o meno di saccheggiare il territorio (al pari di quella di sfruttare la forza di lavoro) è diventata una componente di quella corsa alla competitività che spesso non si dà cura di quanto può diventare un costo, un vincolo o un impedimento.

Ma la legislazione in materia di tutela ambientale (come in tema di sicurezza del lavoro) si è evoluta e continua ad evolvere in conseguenza di tanti fattori, tra cui è prevalente l’apporto innovativo della tecnologia, ma non sono estranei anche gli aspetti economici. Si pensi alle emissioni dei motori diesel installati sulle autovetture: venti anni or sono erano ammesse in misura quasi doppia di quella consentita oggi. Basti pensare ai diversi numerati in sede europea (indicativi del grado di inquinamento prodotto) che contraddistinguono le automobili in circolazione.

Ma si è mai visto un giudice che, all’uscita di una nuova direttiva che raccomanda modelli dotati di una tecnologia più avanzata e sicura, ordini la rottamazione di tutte le auto fabbricate in precedenza secondo regole meno severe? Eppure anche le polveri sottili provenienti dal traffico urbano provocano la diffusione dei tumori. E perché non proibire il tabacco, abbattere le viti, chiudere le distillerie? Vi è sempre un rapporto biunivoco tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive. Ai tempi dei nostri nonni e bisnonni si moriva di fame, di pellagra, di malaria, magari di influenza (ricordate la c.d. Spagnola che seminò milioni di vittime nel mondo?) ad un’età in cui, oggi, i giovani si pongono il problema se sia venuto il momento di lasciare la casa paterna e mettere al mondo dei figli.

Adesso, anche le patologie sono differenti. Ma dal Paradiso Terrestre Adamo ed Eva furono cacciati milioni di anni fa. Da allora nessuno ci ha più rimesso piede. Ed anche nel giardino dell’Eden, vi era un frutto nocivo: quella stessa mela che, mangiata ai nostri giorni una volta al giorno, ‘’toglie il medica di attorno’’. Fuor di metafora, quando iniziarono i guai giudiziari lo stabilimento di Taranto era stato progressivamente autorizzato in ciascuna delle fasi di aggiornamento degli impianti e delle procedure secondo le disposizioni di volta in volta vigenti. Le indagini della magistratura inquirente fecero riferimento ad impianti che a quel tempo operavano nel rispetto delle leggi ed avevano ricevuto le dovute autorizzazioni da parte delle autorità competenti.

Probabilmente, anzi, gli impianti e le tecnologie a cui furono imputati standard anomali di tumori già allora non esistevano più. Che cosa d’altro dovrebbe fare un imprenditore se quanto ha disposto viene riconosciuto conforme alle norme di legge in materia di sicurezza e tutela ambientale? Ecco, allora, che il caso dell’Ilva di Taranto diventa un paradigma del possibile declino dell’Italia. Esiste in molte circostanze, da noi, l’atteggiamento incoerente di chi vorrebbe sviluppo, lavoro (l’età media dei dipendenti dell’Ilva di Taranto ha poco più di 30 anni) e benessere, ma ne rifiuta i corollari inevitabilmente negativi.

È il caso delle sollevazioni popolari contro i termovalorizzatori, gli inceneritori, le discariche controllate. Come se ci si accanisse contro i processi produttivi necessariamente sottoposti, proprio per la loro alta dose di rischio, a protocolli di sicurezza, nello stesso momento in cui si consente all’economia sommersa – magari avvalendosi di braccia straniere – di provvedere, brutalmente e senza alcuna forma di tutela, ad assicurare quanto si nega all’economia emersa e regolare. Ma sì: perché non chiudere l’acciaieria! E mettere in cassa integrazione, secondo le regole speciali applicate a suo tempo per Alitalia, i suoi dipendenti.

Magari facendo assumere gli impiegati dalla Regione Puglia. Poi, si promette di costruire su quell’area (bonificata, ma Bagnoli è lì a testimoniare il contrario) la più grande Disneyland dell’Europa meridionale, facendo lavorare, ovviamente, soltanto lavoratori immigrati. E l’acciaio? Lo si acquista dai cinesi, così come si mandano le nostre immondizie in trasferta in Paesi meno schizzinosi del nostro. E’ questo il nuovo modello di sviluppo?

In un cartello degli ambientalisti stava scritto: ‘’Tutto l’acciaio del mondo, non vale la vita di un bambino’’. E’ vero: il fatto è che i bambini muoiono a migliaia di fame, di malattie, d’inedia in quelle parti del mondo dove non sanno neppure che cosa sia l’acciaio e dove, nell’aria che respirano (finché sono in grado di farlo) non c’è traccia di CO2.

Ricordo un’intervista che lessi all’inizio della tragedia di Taranto. ‘’La mia storia con l’Ilva è quella di una grande passione. Questa fabbrica è un posto insieme durissimo e affascinante. Una delle più grandi d’Europa. I nastri trasportatori, gli altiforni, l’acciaieria. Una macchina perfetta. Con rumore, odore e calore. Non un’azienda di cioccolatini. E, dentro, noi uomini e donne che lavoriamo e, scusi il linguaggio un po’ datato, lottiamo per i nostri diritti’’.

Erano parole di Stefania De Virgilis, madre di Alessia, una bambina di 2 anni e in dolce attesa, all’ottavo mese di gravidanza, del fratellino (che nel frattempo non solo sarà nato ma avrà cominciato a camminare). Questa giovane donna, che sapeva esprimersi con tanta orgogliosa dignità, era una sindacalista dei metalmeccanici della Uil (il primo sindacato in quello stabilimento), eletta a 28 anni nella Rsu. ‘’L’Ilva non deve chiudere. – aggiunse – Qui per cento anni l’alternativa è stata tra la siderurgia e la Marina. Non vorrei che per i prossimi cento anni l’alternativa diventasse tra la Marina e il crimine’’.

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