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Vi racconto il papocchio dell’imposta sugli extraprofitti di Eni e non solo

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Imposta sugli extraprofitti: fatti, obiettivi, numeri e commenti. L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Il 31 agosto è stato l’ultimo giorno a disposizione per le imprese del settore energetico per il versamento dell’acconto del 40% del “contributo straordinario” sugli extraprofitti. Inizialmente dovuto entro il 30 giugno, il disastroso risultato in termini di gettito aveva condotto il governo a concedere altri 60 giorni per un ravvedimento operoso con sanzione ridotta, che invece da domani sarà raddoppiata.

Proprio sul filo di lana della scadenza, Eni Spa ha comunicato di aver rideterminato la somma dovuta da 550 milioni a 1,4 miliardi ed ha quindi provveduto ad integrare i 220 milioni inizialmente versati, con altri 340 milioni. Con il prevedibile risultato di far precipitare il titolo in Borsa ben oltre il 4%, limitando i danni solo in chiusura.

Non devono essere state settimane facili per la direzione amministrativa del Cane a sei zampe. È imbarazzante ammettere di aver sbagliato il calcolo di un’imposta (tale è, aldilà del nome di facciata attribuitole) in misura così evidente, e il mercato non l’ha presa bene. Se il collaudato esercito di fiscalisti dell’Eni ha sbandato così vistosamente di fronte a quella norma e – per comprendere quanto versare – ha avuto bisogno di una circolare dell’Agenzia delle Entrate a luglio e di una risposta ad un interpello giunta alla vigilia di Ferragosto, allora è probabile che il problema non sia annidato a piazzale Enrico Mattei, ma a Palazzo Chigi e al Mef.

Dove hanno scritto una delle norme tributarie più abborracciate e incostituzionali mai viste nella storia della Repubblica, prendendosela pure con le imprese che hanno osato non versare a giugno, anziché fare mea culpa e ripartire da zero. Lo abbiamo fatto notare sin dal primo decreto di marzo e poi lo abbiamo ribadito qualche settimana fa, aggiungendo che ci attendevamo una riscrittura della norma ad opera del prossimo governo. Siamo stati facili profeti, sbagliando solo sui tempi che credevamo più lunghi. Dobbiamo dedurre che quel gettito scritto sull’acqua abbia creato seri problemi di copertura, da giustificare anche a Bruxelles, e che quindi sia stato necessario correre ai ripari in fretta.

Sebbene banale per gli addetti ai lavori, è doveroso sottolineare che la determinazione dell’utile di un’impresa è un processo che prevede numerose stime e congetture. Figurarsi quando si passa a calcolare un aggregato ancora più impalpabile come gli extraprofitti. Un lavoro da fare in punta di fioretto, invece a Palazzo Chigi hanno usato l’accetta, ed abbiamo dovuto assistere al poco edificante spettacolo di vedere annaspare alla ricerca di una soluzione, nella calura ferragostana, un colosso quotato come l’Eni.  Le indiscrezioni circolate ieri sulla riscrittura della norma – ammesso e non concesso che siano confermate – indicano tutte un netto cambio di rotta in direzione della tassazione di una base imponibile che sia questa volta finalmente una accettabile misura di una maggiore capacità contributiva. La dottrina e la prassi aziendalistica e tributaria dovrebbero essere tornate al centro del tavolo. Tra le misure allo studio, pare ci sia anche la decisione di considerare i versamenti finora eseguiti come un acconto per l’imposta riformulata. Questo potrebbe spiegare la decisione dell’Eni di versare comunque l’obolo e non impegnarsi in un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate.

Il comportamento incerto e ondivago del governo su questo prelievo risulta ancor più incomprensibile alla luce della esemplare sentenza della Corte Costituzionale del febbraio 2015 che dichiarò l’incostituzionalità della Robin Tax introdotta dal governo Berlusconi nel giugno 2008. Redattrice di quella sentenza fu l’attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia che magari avrebbe potuto dare qualche consiglio in più al collega Daniele Franco. In quelle pagine c’è la dettagliata spiegazione di ciò che si può fare e, soprattutto, di ciò che non si può fare per colpire gli extraprofitti. All’epoca, la Corte ammise che la “complessa congiuntura economica” era idonea per giustificare un prelievo differenziato per le imprese del settore degli idrocarburi, purché “non arbitrario, ragionevole e proporzionato”. Le censure della Corte si concentrarono soprattutto sull’assenza di temporaneità dell’addizionale IRES del 6,5% che comunque non fu considerata adatta a colpire gli extraprofitti, essendo calcolata sull’intero reddito d’impresa. Il requisito della temporaneità era già chiaro al ministro Giulio Tremonti che lo recuperò in un altro decreto dell’agosto 2011, modificando la maggiore aliquota ma limitandola agli anni 2011, 2012 e 2013. Fu a quel punto una scelta del governo di Mario Monti mantenere irragionevolmente in piedi un’imposta di cui erano caduti i presupposti – con il prezzo del greggio molto al di sotto del massimo di $140 toccato nel 2008 – e finire inevitabilmente sotto la scure della Corte qualche anno dopo. Che, però, per ragioni di “equilibrio di bilancio” negò la retroattività della sentenza e impedì il rimborso a chi aveva già versato. Uno dei motivi che ha giustificato l’attuale ritrosia delle imprese nel versare.

Ma nella storia non mancano riferimenti alle imposte straordinarie sui redditi di guerra o, più recentemente, la Crude Oil Windfall Profit Tax introdotta da Jimmy Carter nel 1980 – durante la crisi petrolifera di quegli anni – ed abrogata da Ronald Reagan nel 1988, al cessare dei presupposti.

Alla luce di tale prestigiosa giurisprudenza e di questi riferimenti storici, il governo “dei Migliori” aveva tutte le leve per non lasciare l’Eni nell’incertezza, esponendola nell’ultimo giorno di agosto ad una figura non degna del suo prestigio internazionale.

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