Energia

Vi racconto cosa succede sul petrolio fra Usa, Russia e Arabia Saudita

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Accordo per tagliare la produzione di petrolio. Fatti, dinamiche e scenari sul petrolio a cura dell’economista Alberto Clò, direttore della rivista Energia

La mediazione di Trump favorisce un’intesa sul petrolio: un accordo rilevante per tagliare la produzione di petrolio e mettere fine alla guerra dei prezzi che sta affondando le quotazioni del greggio. Dopo una settimana di trattative serrate e quattro giorni di videoconferenze un accordo fra i maggiori paesi produttori al mondo è emerso per far fronte all’impatto del coronavirus sulla domanda di petrolio. L’Opec+ si è impegnato, riporta l’agenzia Bloomberg, a tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili al giorno, meno dei 10 milioni inizialmente previsti ma in ogni caso la riduzione maggiore della storia. Gli Stati Uniti, il Brasile e il Canada contribuiranno con un taglio complessivo di 3,7 milioni di barili. All’intesa si è arrivati grazie anche alla mediazione di Donald Trump che, per facilitare un accordo, ha messo sul piatto la possibilità di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico. Un’ipotesi inizialmente respinta dall’Arabia Saudita che, sotto forte pressione, avrebbe poi accettato l’offerta nella consapevolezza che la mancanza di un accordo avrebbe potuto far crollare i prezzi del petrolio ancora più in basso. Le quotazioni del greggio, già in calo per l’eccessiva capacità, sono state affondate dal coronavirus, che ha ridotto di un terzo la domanda petrolifera. Proprio l’Arabia Saudita insieme alla Russia è il paese chiamato alle riduzione maggiori. (Redazione Start Magazine)

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L’ANALISI DI CLO’ SCRITTA LA SCORSA SETTIMANA

Al nominale beneficio per l’economia americana del calo dei prezzi al consumo dei prodotti petroliferi si contrappongono i contraccolpi sull’industria petrolifera che tra diretti e indiretti occupa circa 11 milioni di lavoratori. E le elezioni si avvicinano, sempre che si terranno.

Da qui, un altro fatto fino a ieri impensabile: il tentativo della diplomazia americana di favorire un’intesa Russia-Arabia Saudita per sostenere i prezzi, appoggiando di fatto la proposta di inizio marzo del ‘Cartello Opec’ da sempre fortemente osteggiato dagli Stati Uniti ove nel 2019 il Congresso aveva esaminato una proposta di ‘No Oil Producing and Exporting Cartels, or NOPEC, Bill’ (poi non emanato) che prevedeva la possibilità che l’Opec fosse chiamata a rispondere al giudizio dell’autorità antitrust americana.

Non si sa se il tentativo americano andrà a buon fine, quel che si vedrà al più tardi alla prossima riunione dell’Opec prevista per il prossimo 9 giugno. Per molti paesi produttori la situazione si fa ogni giorno di più drammatica col rischio di destabilizzazione sociale e politica. La crisi non si esaurirà comunque con l’uscita dalla pandemia del coronavirus, ma si proietterà nel medio-lungo termine. Per due principali ordini di ragioni.

Primo: se, come si sostiene, l’impatto della crisi sulla produzione shale statunitense dovesse risultare anche parzialmente permanente, l’Opec recupererebbe quote di mercato (dall’attuale 40% circa). Considerata la crisi interna di alcuni suoi principali membri (Algeria, Iraq, Iran, Libia, Venezuela) a beneficiarne sarebbe soprattutto il potere dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati del Golfo (Emirati e Kuwait) aumentando la loro quota sull’insieme Opec dal 53% dello scorso anno.

Secondo: si stima in 131 miliardi di dollari (ad appena 61 miliardi) il taglio degli investimenti già decisi dalle compagnie petrolifere. L’indice S&P del comparto energetico è crollato del 52% dall’inizio dell’anno contro il -20% del totale S&P 500. Meno investimenti oggi minor offerta domani. La conseguenza negli anni a venire dipenderà dalla durata e intensità della crisi in corso, da quanta parte del calo della domanda sarà strutturale, da come riprenderà il percorso della transizione energetica che si farà non meno travagliato.

Se l’Atene (delle fossili) piange, la Sparta (delle rinnovabili) infatti certamente non ride. Per più ragioni: i disincentivi che i bassi prezzi avranno sull’efficienza energetica; idem sull’attrattività della auto elettrica, anche per l’impoverimento dei consumatori; la caduta degli investimenti nelle rinnovabili che dopo il picco del 2007, prima quindi dell’attuale crisi, avevano osservato un andamento declinante specie in Cina.

(estratto di un articolo pubblicato su Energia; qui la versione integrale)

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