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Perché sul price cap per il gas l’Europa fa flop

Price Cap

I ministri dell’Energia dell’Unione europea non hanno trovato un accordo sul price cap del gas, criticando la proposta della Commissione. Ecco cause e conseguenze

 

Nuova figuraccia planetaria dell’Unione europea, che inciampa un’altra volta su sé stessa.

I ministri dell’energia degli stati membri dell’Unione, riuniti la scorsa settimana a Bruxelles, non hanno trovato un accordo sulla proposta della Commissione per un tetto al prezzo del gas e hanno rinviato la questione al prossimo 13 dicembre.

Sugli altri due temi in discussione ieri (acquisti comuni di gas e accelerazione sulle fonti rinnovabili) in realtà l’accordo è stato raggiunto, ma il relativo regolamento non è stato licenziato perché un gruppo di Stati pretende che del pacchetto finale faccia parte, contestualmente, anche il regolamento sul price cap.

IL COMMENTO DEL MINISTRO PICHETTO FRATIN

Ci si aspettava che almeno gli acquisti comuni di gas ricevessero subito il via libera dal Consiglio energia, ma così non è avvenuto. È stato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, all’arrivo alla riunione a Bruxelles, a chiarire la mutata situazione ai cronisti in attesa: “Abbiamo appena terminato una riunione tra i Paesi critici verso la proposta della Commissione (sul price cap, ndr). C’è la condivisione di non aderire alla proposta presentata dalla Commissione europea e di valutare complessivamente sia la proposta sul price cap sia gli altri termini dell’accordo sugli altri temi come la solidarietà e la trasparenza ma tutto in un unico blocco”.

COSA HANNO DETTO AL CONSIGLIO UE SUL PRICE CAP PER IL GAS

Arrivando alla spicciolata davanti ai giornalisti prima dell’incontro, altri ministri europei si sono espressi in maniera molto critica. Il ministro spagnolo per la Transizione ecologica, Teresa Ribera, ha giudicato la proposta della Commissione sul price cap uno «scherzo di cattivo gusto», in modo appena meno severo della collega polacca Anna Moskwa che l’ha definita “uno scherzo inaccettabile”. Il limite troppo alto (275 €/MWh) e le improbabili condizioni per la sua attivazione rendono il tetto proposto dalla Commissione praticamente inapplicabile, dunque inesistente. Molti paesi vorrebbero la soglia abbassata a 120-150 €/MWh e condizioni meno stringenti per il suo avvio.

LE PAROLE DEI MINISTRI

Come ha detto il presidente di turno dell’unione europea, il ceco Jozef Síkela, “fino a ieri il problema era che la Commissione non aveva fatto una proposta sul price cap, oggi il problema è che la proposta è arrivata”. Una proposta che, in quanto inapplicabile, va benissimo alla Germania (che in realtà non vorrebbe il price cap), ma non ai quindici paesi pro-cap, tra cui Italia, Francia, Belgio e ovviamente Spagna e Polonia.

IL NODO PRICE CAP SUL GAS

La situazione è molto complicata: qualunque tipo di price cap la Commissione proponga, il risultato sarebbe quello di provocare turbative a prezzi e approvvigionamenti di gas, come ormai universalmente riconosciuto. Allo stesso tempo però la Commissione è obbligata, dalla decisione del Consiglio del 20 ottobre scorso, a proporre un price cap che non provochi turbative. Una sorta di diabolico Comma 22, insomma, da cui sembra impossibile uscire razionalmente, a meno che qualcuno ceda. Ma nessuno vuole cedere. La pressione dell’opinione pubblica sui governi perché facciano “qualcosa” (qualunque cosa) per frenare il caro energia è ovviamente considerevole. Alcuni governi però non intendono avallare un meccanismo, quello del price cap, che porterebbe più problemi che soluzioni. Per questo il tetto proposto dalla Commissione, con valori così alti e condizioni impossibili, nelle intenzioni si presentava come un compromesso formale, che però nei fatti si è trasformato nel bersaglio delle contumelie proprio di chi invocava il dispositivo.

LO SCONTRO FRA COMMISSIONE E CONSIGLIO UE

Ora la questione diventa politica perché occasione di un grave scontro istituzionale tra Commissione e Consiglio, oltre che tra stati membri del Consiglio. La confusione regna sovrana, data anche la personale antipatia tra i presidenti dei due organi, che a stento si rivolgono la parola. Soprattutto, appare sempre più manifesto che le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo dello scorso 20 ottobre, che la stampa nostrana aveva celebrato come l’ultimo trionfo di Mario Draghi, si sono rivelate essere ciò che La Verità aveva da subito evidenziato, cioè un grosso problema. Siamo davanti all’ennesima prova che da Bruxelles non può arrivare alcuna soluzione decente alla crisi energetica innescata dalla stessa Unione con le sue decisioni irresponsabili. Il momento attuale richiederebbe un sano pragmatismo a livello nazionale.

LA CONFERENZA STAMPA

Al termine dell’incontro, il sottosegretario tedesco al clima Sven Giegold ha ostentato ottimismo sulla possibilità di raggiungere un compromesso. Nella conferenza stampa ufficiale, una imbarazzatissima Kadri Simson, commissario all’energia, affiancata dal presidente di turno dell’unione europea Síkela, ha cercato di chiarire che non era previsto che ieri si raggiungesse un’intesa sul tetto al prezzo, spostando l’attenzione sull’accordo raggiunto in tema di solidarietà e accelerazione sulle fonti rinnovabili. Ma le domande dei giornalisti sono state quasi tutte sul price cap e le riposte dei due esponenti dell’Unione, in evidente difficoltà, sono apparse deboli e per nulla convincenti.

LE MOSSE DELLA RUSSIA SUL GAS

Nel frattempo, il governo russo si porta avanti e, come riporta l’agenzia TASS, fa sapere che non fornirà più gas e petrolio a chi aderirà ai meccanismi di price cap. In questi giorni si lavora, infatti, anche all’altro tetto, quello al prezzo del petrolio russo. A Bruxelles si litiga anche su questo, con una parte di paesi a cui 60-70 dollari al barile di prezzo massimo paiono ragionevoli e un gruppo di paesi meno nutrito (ma assai agguerrito) guidato dalla Polonia, che vorrebbe un tetto di 30$ al barile. Di certo, sinora, c’è solo che l’Ungheria ha ottenuto di sottrarsi ad ogni obbligo.

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