Energia

Tutte le mosse della Turchia sul gas. L’analisi di Bessi

di

Erdogan lira

L’approfondimento di Gianni Bessi, consigliere regionale Pd in Emilia-Romagna e autore del libro “Gas naturale. L’energia di domani” (Innovative Publishing), sul risiko geopolitico del gas che vede la Turchia protagonista. Prima puntata di una trilogia

 

In Turchia sono in corso investimenti in grado di trasformare l’accesso al gas naturale e la sicurezza dell’energia europea nella regione del Mar Nero. Consapevole della importanza di questi nuovi corridoi del gas naturale, la Turchia si è strutturata per diventare un attore chiave, se non a spese della Russia, quantomeno dell’Italia che nei decenni passati ha interpretato il ruolo di ponte (inclusivo dei vantaggi economici derivanti dai diritti di transito) garantendo gli approvvigionamenti dai ricchi giacimenti del Nord Africa verso gli assetati consumatori europei.

Il Paese, allacciato tramite gasdotti a Russia, Iran e Azerbaigian, produce solo lo 0,8% del gas naturale che consuma, ha intrapreso nuovi progetti, in particolare, il già operativo gasdotto “Turkstream” e il gasdotto TANAP (Trans Anatolian Natural Gas Pipeline).

La Turchia è stata, inoltre, uno dei primi Paesi a credere e investire nel gas naturale liquefatto. Attualmente sono operativi (dal 1994 e dal 2006) due terminali di importazione: Marmara Ereglisi e Aliaga; al fine di trarre il massimo vantaggio da questo mercato in rapida espansione e globalizzazione, Ankara ha riconosciuto il potenziale delle unità di liquefazione e rigassificatori galleggianti tra cui la più grande struttura di questo tipo al mondo chiamata Challenger inaugurata nel febbraio 2018.

La compagnia di stato Botas ha, inoltre, commissionato la costruzione di una nuova nave FRSU (Floating Storage Regasification Unit), per operare sia dal molo LNG di Dortyol esistente sulla costa sud-orientale del Mediterraneo, sia da un nuovo terminale LNG in fase di sviluppo sul Golfo di Saros nel nord-ovest del paese e che farà la spola tra i due terminal a seconda delle necessità operative degli stessi.

La capacità delle infrastrutture del paese è superiore alla domanda interna attuale e prevista pur considerando l’aumento della domanda di gas naturale che è quasi raddoppiata da 27 miliardi di metri cubi nel 2005 al record di 55,5 miliardi di metri cubi nel 2018. La Turchia si è posta l’obiettivo di ridurre la crescita della domanda per isolare il gas più economico da destinare al consumo interno e inviando quello meno economico verso altri mercati.

Nonostante sia improbabile che la Turchia diventi membro dell’Ue, l’ambizione di assurgere ad hub del gas naturale potrebbe contribuire a migliorare le complicate relazioni con Bruxelles, in un momento in cui il bacino orientale del mediterraneo rischia di divenire una nuova area di crisi per le rivendicazioni sulle aree di sfruttamento off shore in acque profonde. Le inerenti delimitazioni non sono mai state ratificate in passato per mancanza di concreti interessi ed oggi rappresentano fonte di seria preoccupazione, visto l’atteggiamento tutt’altro che diplomatico con cui Erdogan protagonista indiscusso del palcoscenico medio orientale che non esita a dispiegare carrarmati (versus i Curdi) o gli incrociatori (al largo di Cipro) che cerca di accaparrarsi le intere risorse fossili dell’area.

turchia

Il novello Czar Putin – house of Zar ha più volte ricordato le diffidenze Russo-Turche dovute a 5 secoli di guerre – continua a nutrire, nonostante i tanti affari in comune, una ridotta fiducia nei confronti del sublime califfo di Ankara a causa delle ingerenze turche nei piani di ampliamento dell’influenza di Mosca in Medio Oriente e nord Africa. Questi rapporti a corrente alternata spingono la Russia a diversificare i propri investimenti nei collegamenti destinati al transito di gas verso i mercati europei al fine di evitare un secondo scenario di tipo ucraino.

Il completamento del TANAP, destinato a trasportare le forniture di gas dalla Turchia in Europa via Italia tramite Tap, presenta ritardi e alcune incertezze a causa dei problemi di sicurezza per il trasferimento di gas dall’Iran o dal Turkmenistan o legati al conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian. Ma queste incertezze e ritardi non sembrano turbare il sonno ai nostri politici, decisamente non interessati ad entrare nel risiko dei collegamenti di gas 2.0.

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