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Perché Trump invita Cina e India a prendere il petrolio del Venezuela?

L'intervento degli Stati Uniti in Venezuela sembrava volto anche ad espellere la Cina dal paese. Trump, però, ha invitato Pechino a investire nel petrolio venezuelano. E anche l'India, dice, acquisterà il greggio di Caracas (controllato però da Washington).

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato la Cina a investire nell’industria petrolifera del Venezuela. “La Cina è la benvenuta e concluderà un ottimo affare sul petrolio”, ha detto sabato ai giornalisti durante un volo verso il suo resort di Mar-a-Lago. È una dichiarazione significativa perché l’attacco al Venezuela del 3 gennaio scorso era stato presentato come parte di una strategia di politica estera finalizzata a estromettere dall’emisfero occidentale le nazioni avversarie degli Stati Uniti, come la Russia e – appunto – la Cina.

IL RUOLO DELLA CINA IN VENEZUELA

Le aziende cinesi hanno investito molto in Venezuela, non solo nell’industria petrolifera ma più in generale nelle infrastrutture. Il greggio venezuelano contribuisce agli approvvigionamenti energetici di Pechino – vale all’incirca il 4 per cento delle sue importazioni complessive -, ma è soprattutto un mezzo di ripagamento del debito che Caracas ha nei confronti del gigante asiatico. Così, l’intervento di Washington nel paese sudamericano, unito alla volontà dichiarata di controllarne le esportazioni petrolifere “a tempo indeterminato”, ha messo in stato d’allerta le società cinesi, che hanno richiesto l’assistenza del Partito comunista.

TRUMP CI RIPENSA E INVITA PECHINO?

Si pensava, dunque, che l’intervento degli Stati Uniti avrebbe condotto all’azzeramento della presenza cinese nel settore petrolifero del Venezuela. Trump, al contrario, ha invitato Pechino a partecipare al “nuovo corso” del paese: c’entra forse la volontà di ripartire le spese per la ristrutturazione del settore oil & gas venezuelano, che allo stato attuale – nonostante le ampissime riserve di greggio – non risulta attraente per tutte le compagnie energetiche americane. L’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, aveva spiegato proprio questo: cioè che al momento “non è possibile investire” in Venezuela perché mancano le condizioni.

I PRIMI CAMBIAMENTI IN VENEZUELA

Qualche cambiamento sta avvenendo, però. Nei giorni scorsi la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha firmato una serie di misure volte a ridurre la presenza dello stato nel settore petrolifero, nazionalizzato negli anni Duemila: le tasse per gli operatori sono state ridotte, e le società straniere potranno ottenere delle quote di partecipazione più alte nelle joint venture con la compagnia petrolifera statale venezuelana.

Il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, invece, ha rilasciato una licenza generale per ampliare le possibilità per le aziende americane di esportare, vendere e raffinare il greggio venezuelano.

Attualmente, quasi tutto il greggio che arriva negli Stati Uniti dal Venezuela è gestito da Chevron, l’unica Big Oil americana presente nel paese. L’amministrazione Trump vuole affidare la commercializzazione su larga scala dei barili venezuelani a Trafigura e Vitol, due delle più grandi trading houses al mondo.

COSA C’ENTRA L’INDIA

Ma Trump, sabato scorso, non ha parlato soltanto della Cina: ha detto anche che l’India acquisterà il petrolio venezuelano, grazie al quale potrà sostituire le forniture dalla Russia e dall’Iran. “Abbiamo già concluso quell’accordo, il concetto dell’accordo”, ha dichiarato il presidente, senza però fornire maggiori dettagli.

Già qualche giorno prima del commento ufficiale, l’agenzia Reuters aveva rivelato l’esistenza di contatti tra gli Stati Uniti e l’India sulla ripresa dell’interscambio petrolifero con il Venezuela. Nuova Delhi, infatti, ha smesso di importare barili da Caracas dopo che Washington, lo scorso marzo, ha imposto un dazio del 25 per cento sui paesi che commerciavano greggio con il regime di Maduro.

L’India, a differenza di quanto detto da Trump, non acquista nemmeno petrolio dall’Iran: ha interrotto queste transazioni nel 2019, dopo le sanzioni statunitensi. Le raffinerie indiane avevano inizialmente sostituito il greggio iraniano con quello statunitense, dopodiché sono passate a quello russo – più economico per via degli sconti praticati da Mosca – dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Con l’obiettivo di mettere fine al commercio petrolifero tra Nuova Delhi e Mosca, ad agosto Trump ha raddoppiato – portandoli al 50 per cento – i dazi sulle importazioni dall’India. Tuttavia, il mese scorso il segretario del Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che la tariffa aggiuntiva del 25 per cento potrebbe venire rimossa a seguito del calo degli acquisti indiani di greggio russo. Anche il ministro del Petrolio indiano Hardeep Puri ha parlato, in riferimento agli approvvigionamenti da Mosca, di una “tendenza decrescente”.

La diminuzione delle importazioni di petrolio russo e l’aumento degli acquisti di quello iraniano – queste ultime forniture sono, come detto, controllate dagli Stati Uniti – dovrebbero aiutare il governo di Nuova Delhi a negoziare un accordo commerciale con la Casa Bianca.

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