Energia

Tutte le ultime scintille fra M5s e Pd sul blocca trivelle in Adriatico

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La proroga della moratoria sulle trivelle e le reazioni politiche, sindacali e associative

Stop alle trivelle prorogato di altri 6 mesi. Il governo Conte 2 sferza un nuovo colpo al settore dell’Oil&gas italiano e a Ravenna (che impiega 3.000 lavoratori nell’indotto) in particolare.

Per la redazione del Pitesai (Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee), che individua le aree nelle quali sarà possibile effettuare prospezioni e dove si potranno estrarre idrocarburi, invece, ci sarà tempo fino agli inizi del prossimo anno.

24 MESI DI STOP

Con un emendamento votato in commissione Affari costituzionali della Camera, la moratoria allo stop alle trivelle viene prorogata di altri sei mesi. I 18 di stop iniziali diventano 24: la moratoria scade ad agosto 2021.

L’IRA DI DE PASCALE

La notizia non lascia certo indifferente il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale (Pd), che già prima dell’approvazione della proroga aveva scritto al Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli (M5S), e anche alle alte rappresentanze del Suo Partito.

COSA DICE DE PASCALE

De Pascale spiega al Ministro, come riferisce Corriere Romagna di Ravenna e Imola, che la proroga dello stop significa portare al collasso il comparto ravennate dell’Oil&gas, ricordando come la “situazione sia davvero grave”.

“Prorogare ulteriormente il Piano (il Pitesai, ndr), anziché mettere in campo tutte le azioni necessarie per rispettare la tempistica, significa distruggere completamente il comparto offshore italiano e impedire qualsiasi investimento a livello nazionale da parte di aziende del settore, che saranno costrette a rivolgersi a Paesi stranieri”, aggiunge il sindaco.

PD COMPLICE DEI 5S?

In una seconda lettera indirizzata ai ministri Dario Franceschini (capo delegazione Pd nel governo), a Paola De Micheli (la ministra delle Infrastrutture), ai sottosegretari Gian Paolo Manzella e Alessia Morani, al capo-groppo del Pd alla Camera, a Graziano del Rio (che è nella commissione Affari costituzionali e Bilancio della Camera), agli onorevoli ravennati Stefano Collina e Alberto Pagani e a Gianluca Benamati, parlamentare responsabile per il settore energetico del Pd, De Pascale scrive che non immagina che “il Pd possa essere corresponsabile nel determinare la chiusura di un settore economico così importante. Non solo dal punto di vista occupazionale, ma per il ruolo che riveste nel percorso graduale di accompagnamento allo sviluppo delle rinnovabili e l’approvvigionamento energetic0 nazionale”.

PREOCCUPATA ANCHE ITALIA VIVA

Preoccupata per la situazione anche Italia Viva. “Dopo l’allarme dei lavoratori e degli imprenditori del comparto, rilanciato ieri anche dall’Assessore di Italia Viva Roberto Fagnani, abbiamo assistito in commissione Affari costituzionali insieme al Bilancio ad una pagina buia per la nostra città e per una delle sue eccellenze: il comparto off-shore! In un settore in cui il tasso di impiego risulta sempre più in crisi si pongono i presupposti per mettere in discussione anche la permanenza del gruppo Eni nella nostra città e il possibile ricollocamento dei lavoratori altrove”, si legge in na nota diffusa dal partito di Matteo Renzi.

“Le ricadute sull’indotto (trasporti, aziende collegate, attività commerciali) è già sotto gli occhi di tutti  – continua la nota – e il nuovo rinvio non può che peggiorare la situazione. Ci appelliamo al Sindaco De Pascale e al neo eletto Presidente Bonaccini, perchè sciolgano le ambiguità del PD su questa materia e si facciano promotori a livello nazionale di un intervento che garantisca il futuro energetico di questo paese e preservi un comparto d’eccellenza della nostra città. A parole sono tutti pro, ma Lega e PD in pochi anni, in barba ad un referendum che si era espresso in senso opposto, si sono piegati alle logiche del M5S, sempre più isolato nel paese reale ma a quanto pare ancora decisivo nelle aule del palazzo”.

CONFINDUSTRIA: ECCO COSA SIGNIFICA LA PROROGA

La mossa del Governo Conte 2 non piace nemmeno a Confindustria Romagna: “Allungare di altri sei mesi il blocco alle attività di prospezione e ricerca di idrocarburi sarebbe come prolungare una traversata nel deserto che ha già fiaccato le aziende più forti, con prime fatali ripercussioni sull’occupazione e sugli investimenti programmati”.

SCENDONO IN CAMPO I SINDACATI

Di scena, ovviamente, anche i sindacati. Emanuele Scerra di Femca Cisl ribadiva promette “contatti serrati col nazionale per sventare una vera sciagura”. Alessio Varchi della Filctem Cgil sostiene che si tratta di “una crisi politica che si vuoi far pagare ai lavoratoti”.

LA MORATORIA

Facciamo un piccolo passo indietro. Tutto nasce nel primo Governo Conte, dalle polemiche nate dall’autorizzazione finale che Luigi Di Maio è stato costretto a rilasciare alla società Global Med, per la raccolta di dati geofisici sulla ricerca di giacimenti (permetto accordato, come si legge qui, già dai governi Letta, Renzi, Gentiloni). Dopo le polemiche, Di Maio ed il Movimento 5 Stelle hanno annunciato lo stop alle trivelle, ma la mossa non è piaciuta alla Lega, sviluppista su molti fronti. A fine gennaio 2019 Lega e M5S hanno trovato un accordo sulla questione trivelle, introducendo una moratoria, di 18 mesi, per le attività di sfruttamento di gas e petrolio per i soli procedimenti autorizzativi relativi a prospezione e ricerca di idrocarburi.

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