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Exxon e Chevron fanno il pieno di utili. Scontro in vista con Trump sui prezzi della benzina?

Il secondo trimestre potrebbe essere il migliore dal 2022 per Exxon e Chevron, le due maggiori compagnie petrolifere americane. Ma i prezzi della benzina, ancora alti nonostante il calo del greggio, potrebbe aggravare le tensioni tra la Casa Bianca e l'industria petrolifera.

Il secondo trimestre dell’anno potrebbe essere il più redditizio dal 2022 per ExxonMobil e Chevron, le due maggiori compagnie petrolifere statunitensi. Secondo le elaborazioni del London Stock Exchange Group riportate da Reuters, gli utili che hanno registrato tra aprile e giugno si riveleranno più che tripli rispetto a quelli del primo trimestre del 2026.

Il paragone con il 2022 non è casuale: la guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran – con la chiusura dello stretto di Hormuz e il rialzo dei prezzi dei combustibili fossili – ha causato la seconda crisi energetica globale degli ultimi cinque anni, dopo quella successiva all’invasione russa dell’Ucraina.

LE PREVISIONI SUI RISULTATI DI EXXON E CHEVRON

Le previsioni del London Stock Exchange Group dicono che nel secondo semestre del 2026 ExxonMobil ha registrato un utile netto rettificato di 15,9 miliardi di dollari, più del triplo rispetto al periodo precedente. Anche l’utile netto rettificato di Chevron è stato superiore del triplo, a circa 9,9 miliardi.

TENSIONI IN VISTA TRA LE BIG OIL E L’AMMINISTRAZIONE TRUMP?

Ma gli ottimi risultati economici delle Big Oil potrebbero diventare un motivo di attrito l’industria petrolifera e l’amministrazione di Donald Trump, nonostante i rapporti siano generalmente positivi. In questo momento, però, una delle priorità della Casa Bianca è la riduzione dei prezzi della benzina e il presidente sta facendo pressioni in questo senso sulle società petrolifere.

L’abbassamento del costo della vita era stata una delle promesse principali di Trump durante la scorsa campagna elettorale, e oggi non può non tenerne conto: a novembre ci saranno le elezioni di metà mandato e il Partito democratico potrebbe guadagnare seggi alla Camera facendo leva proprio sul malcontento degli americani per il caro-vita. Il problema per Trump è che la sua politica estera, con la guerra all’Iran, è entrata in conflitto con la sua politica interna perché ha provocato un aumento dei prezzi dei combustibili fossili; di conseguenza, l’indice di gradimento del presidente ne ha risentito negativamente.

Anche se gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un accordo per cessare gli attacchi, la situazione nel golfo Persico non è ancora tornata alla normalità. Lo stesso ragionamento si applica al settore della raffinazione petrolifera: anche se i prezzi del greggio (la materia prima) sono scesi intorno ai 70 dollari al barile, lontanissimi dal picco di 126 dollari di metà aprile, i prezzi della benzina (un derivato) non si sono ancora normalizzati.

Ciononostante, il segretario del Tesoro Scott Bessent ha detto che, se i prezzi dei carburanti non caleranno in maniera significativa, la Casa Bianca potrebbe prendere dei provvedimenti contro i produttori e i raffinatori petroliferi.

QUANTO COSTA LA BENZINA NEGLI STATI UNITI

Trump ha detto di volere che i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti calino a 2,5 dollari al gallone: attualmente sono molto più alti, intorno ai 3,8 dollari, l’equivalente di 0,8 euro al litro.

TRA GREGGIO E DERIVATI

L’industria petrolifera si difende dalle accuse della Casa Bianca sostenendo di non poter controllare appieno i prezzi della benzina. La materia prima, cioè il greggio, rappresenta quasi la metà del prezzo che i consumatori pagano al distributore; tutto il resto è composto dalle spese di raffinazione, da quelle di distribuzione e dalle tasse.

Negli Stati Uniti i prezzi del greggio hanno fatto ritorno ai valori pre-guerra (il West Texas Intermediate, il contratto di riferimento americano, è sotto i 68 dollari al barile), ma quelli della benzina rimangono del 22 per cento più alti rispetto al periodo precedente al conflitto con l’Iran. Va ricordato che il greggio non è l’unica materia prima della benzina: ad esempio, i raffinatori sono obbligati a miscelarvi una certa quantità di biocarburante, cioè un combustibile equivalente a quello fossile ma ricavato da fonti organiche.

Secondo la società di consulenza Tph, nel secondo semestre il crack spread della benzina negli Stati Uniti – cioè la differenza tra il prezzo del greggio e il prezzo del derivato – è stato in media di 25 dollari al barile, contro i 16 dollari nel primo trimestre. Per il gasolio, invece, il crack spread è passato nello stesso periodo da 15 a 45 dollari al barile: è il margine più ampio dal 2022.

Secondo diversi analisti sentiti da Reuters, i prezzi alti della benzina negli Stati Uniti sono legati anche alle scorte limitate. A questo proposito, a inizio maggio l’industria petrolifera americana aveva esportato oltre 8,2 milioni di barili di carburanti al giorno, il 20 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

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