Energia

Perché il gasdotto Tap serve all’Italia

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Pubblichiamo un estratto del libro di Gianni Bessi “Gas naturale, l’energia di domani” edito da Innovative Publishing

L’Europa in questo scenario rischia di trovarsi in difficoltà perché la Russia non avrebbe più bisogno del cliente europeo – che in questo momento consuma l’80 per cento della produzione di Gazprom –  se decidesse di spingere il gas naturale verso est. E l’Europa, il vecchio continente, sul palcoscenico che mostra un grande affaccendarsi dei Paesi industrializzati per procurarsi gli approvvigionamenti di gas naturale, continua a navigare a vista. Una strategia che, oltre a non essere molto lungimirante, potrebbe provocare difficoltà in futuro. È comunque una storia risaputa: l’Unione Europea non riesce a muoversi in maniera coordinata sulle grandi strategie di sviluppo perché ogni Stato privilegia i propri interessi particolari, le sue esigenze interne, e la Commissione Europea non è ancora – lo sarà mai? – un vero Governo europeo.

In sintesi, come aveva riassunto benissimo Leonardo Maugeri nel suo volume dal titolo Con tutta l’energia possibile, le nazioni europee nella corsa all’oro azzurro sono frenate da alcuni limiti strutturali, primo fra tutti il fatto che il mercato del gas naturale europeo non è di tipo integrato, perché non esiste un’unica rete di gasdotti, ma tante reti nazionali.

Se consideriamo inoltre i collegamenti fra i Paesi produttori e quelli consumatori, vediamo che sono di due tipi: alcuni possono beneficiare di reti dirette, mentre per altri l’approvvigionamento avviene tramite diramazioni, segmenti di interconnessione o Leg. Questa situazione rappresenta in maniera evidente quale sia il potere dei primi – quelli collegati direttamente – rispetto ai secondi, sia in termini di certezza d’approvvigionamento sia per quanto riguarda i costi.

La mancata integrazione comporta anche che chi ha più gas naturale di quanto gliene serva non può rivenderlo a chi invece ne ha bisogno. Si è parlato a lungo di realizzare questa rete, ma finora si è fermi alle affermazioni di principio. Inoltre, l’Europa trae la maggior parte delle importazioni di gas naturale dalla Russia e, in misura minore, da Algeria e Norvegia. L’UE intende rendere il mercato libero e aperto alla concorrenza, ma il fatto che i fornitori siano così pochi rende pressoché impossibile questo passo.

Così l’Europa si trova, non servirebbe neanche sottolinearlo, in una posizione di debolezza.

Nonostante quello che ho sintetizzato sia un quadro per forza di cose generale, è comunque sufficiente a comprendere che sul commercio dell’energia si stanno decidendo i futuri equilibri internazionali tra i Paesi economicamente più avanzati. Un panorama che vedrebbe coinvolta anche l’Italia se, ancora una volta, esitazioni e veti incrociati non stessero escludendo il Paese dal gruppo dei protagonisti della corsa all’oro azzurro, forse anche nascondendosi dietro l’esigenza di aspettare un decreto taumaturgico o una legge quadro.

Un esempio di questa tendenza a tirarsi fuori dalle strategie internazionali dell’energia è la vicenda del gasdotto TAP – Trans Adriatic Pipeline, che convoglia il gas dall’Azerbaidjan in Turchia, Grecia, Albania e Italia – la cui realizzazione continua a essere contrastata dai comitati NoTAP della Puglia. È un caso esemplare di come in Italia le resistenze territoriali – spesso corporative – siano più forti degli interessi generali.

Su questa partita faccio mia un’affermazione del presidente di OMC (Offshore Mediterranean Conference) Renzo Righini: «non è giusto che poche centinaia di persone, conquistando le prime pagine dei giornali, possano fermare la costruzione del metanodotto TAP, che è una priorità strategica per l’approvvigionamento energetico dell’UE mentre gli oltre 20mila operatori che si sono ritrovati all’OMC di Ravenna nell’aprile del 2017 per cercare la strategia migliore per assicurare la transizione energetica sembrano invisibili ai media».

LA PREFAZIONE DI GIULIO SAPELLI AL LIBRO DI BESSI

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