Per valutare a fondo le conseguenze del conflitto in corso su un orizzonte temporale di medio-lungo termine va però presa in considerazione la posizione strategica assunta dalla Cina in relazione alla questione energetica. A questo proposito, è utile esaminare lo schema del XV Piano quinquennale, pubblicato a marzo 2026. Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza come le fonti rinnovabili costituiscano il fulcro della strategia cinese in materia energetica. Nella prima tabella che figura nello schema sono elencati alcuni degli obiettivi principali del Piano: tra questi – 20 in totale – 6 hanno a che fare con la transizione ecologica, coprendo diversi aspetti della stessa – dalla qualità dell’aria alla sicurezza energetica.
Degno di nota anche il fatto che la totalità degli obiettivi afferenti ai raggruppamenti “Sviluppo verde e a basse emissioni” e “Sicurezza” siano contrassegnati come obiettivi “vincolanti”, e non semplicemente “indicativi”: ciò rende bene l’idea di quale importanza l’attuale leadership cinese attribuisca al tema della transizione ecologica. In effetti, solo altri due obiettivi sono indicati come “vincolanti”: l’aumento della capacità di produzione cerealicola da 1,39 a circa 1,45 miliardi di jin (1 jin = 0,5 kg) e l’innalzamento del numero di anni medi di istruzione delle nuove forze di lavoro da 11,3 a 11,7 anni. Del resto, è da oltre un decennio che la Cina realizza ingenti investimenti nelle tecnologie green, e il nuovo Piano è – sotto questo aspetto – in larga parte in continuità con il percorso che la Cina ha fino ad oggi compiuto. I punti cardine della strategia cinese sono tre:
- Nessuna contraddizione tra sviluppo e transizione ecologica Alla base degli obiettivi sopra ricordati resta una convinzione fondamentale, quella cioè che lo sviluppo – e dunque la crescita – non sia in strutturale contraddizione con la riduzione dell’impatto ambientale dell’attività economica. Tale convinzione trova conferma nei dati forniti a febbraio da Carbon Brief, che certifica come le emissioni di CO2 della Cina siano rimaste stabili o in lieve calo da marzo 2024, pur a fronte di un aumento della produzione industriale.
- Le rinnovabili come parte organica del sistema industriale nazionale La Cina individua nella transizione ecologica un tassello nel quadro del complessivo ammodernamento del sistema produttivo del Paese – progetto che trova espressione nel concetto di “nuove forze produttive di qualità”5. In altre parole, la Cina vede nelle tecnologie green una parte integrante del processo di scalata delle catene globali del valore, che dovrebbe portare il Paese lontano dal vecchio modello della “fabbrica del mondo” e verso la frontiera tecnologica globale.
- Nessun “phase-out” delle fonti fossili Per quanto i progressi compiuti nell’ambito delle rinnovabili siano stati poderosi, dal Piano emerge la chiara intenzione di mantenere le energie fossili all’interno del paniere energetico nazionale. Nella tabella 5, punto 7, dello Schema del Piano, per esempio, si fa riferimento alla costruzione di nuovi gasdotti tra Cina e Russia, in particolare il Power of Siberia II e la Far Eastern Route.
Questi progetti rientrano in una strategia orientata alla stabilità, volta cioè ad evitare o mitigare shock energetici come quello al quale stiamo assistendo.
Dallo schema del XV Piano Quinquennale emerge dunque con chiarezza la direzione di sviluppo che la Cina intende intraprendere nei prossimi anni: – prosecuzione della scalata delle catene globali del valore; – transizione ecologica; – conservazione delle fonti fossili come strumento di stabilizzazione.
La Cina cambia lo scenario energetico globale
Sul più lungo termine è quindi chiara l’intenzione della Cina di rendersi il più possibile autonoma per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico. Per questo ha costruito un’industria greentech senza eguali al mondo, e che è stata capace di ridurre drasticamente i costi unitari di queste tecnologie. Il caso dei pannelli solari è paradigmatico: dal 2015 a oggi il costo della transizione al solare è diminuito drasticamente, ed è ormai prossimo al livello delle fonti fossili; in effetti, alcuni analisti ritengono addirittura che, in molti Paesi del mondo, essa sia divenuta la fonte di energia più economica6 – ancorché permangano nodi ancora da sciogliere in particolare per quanto riguarda trasporto e immagazzinaggio dell’energia elettrica prodotta.
Gli investimenti della Cina nel settore hanno permesso significativi aumenti della produttività, che si sono poi tradotti in una diminuzione dei prezzi finali. Il risultato è in ogni caso indubitabile: oggi le fonti rinnovabili non sono più semplicemente una scelta “virtuosa” ma stanno sempre più diventando anche un’opzione economicamente conveniente.
Tenendo a mente questo aspetto, si comprende bene una possibile conseguenza della guerra in Iran sulla domanda globale di fonti di energia fossili: la ricerca di fonti alternative di energia, sia in funzione di protezione dalla volatilità dei prezzi che per mettersi al riparo dalle conseguenze delle tensioni geopolitiche. In questo contesto la crisi attuale può rappresentare un notevole volano per il comparto greentech cinese.
Alcune evidenze in tal senso sono già disponibili: EMBER – think tank indipendente con focus sull’energia e la transizione ecologica – riporta come a marzo, all’indomani dello scoppio della guerra in MO, l’export cinese di tecnologia per la produzione di energia solare sia raddoppiato. Ed è significativo, infine, il fatto che a guidare la domanda non siano soltanto le economie avanzate, ma anche, in misura crescente, i Paesi in via di sviluppo. Questo trend, se consolidato, rappresenterebbe un ampliamento rilevante dei mercati di sbocco del greentech cinese








