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Il price cap al petrolio russo non sta funzionando

Il price cap e le varie sanzioni sul petrolio applicate dal G7 alla Russia non funzionano e sono facilmente aggirabili. Ecco perché. L'analisi di Sergio Giraldo.

Le sanzioni sul petrolio applicate dal G7 alla Russia non funzionano e sono facilmente aggirabili. Nuove conferme, non sorprendenti, di questo arrivano da una analisi sui dati dei trasporti marittimi e delle relative assicurazioni. Nello scorso mese di agosto circa il 75% dei flussi di petrolio greggio in uscita dalla Russia via mare sono transitati senza alcuna assicurazione da parte di compagnie occidentali. Quella delle assicurazioni è la leva principale attraverso cui i paesi del G7 cercano di far rispettare il tetto al prezzo del petrolio russo a 60 dollari al barile. Le compagnie, infatti, possono assicurare i carichi di greggio russo solo se questo è venduto a un prezzo inferiore o uguale al cap.

Il valore del 75% dei carichi assicurato con compagnie non occidentali è assai più alto del 50% che si era verificati fino a questa primavera. Evidentemente, sia la Russia che i paesi acquirenti si sono organizzati con compagnie locali, in barba all’idea che solo le compagnie occidentali fossero dotate di capitali sufficienti ad assicurare per il controvalore del traffico di greggio russo.

QUANTO GUADAGNERÀ LA RUSSIA CON L’AGGIRAMENTO DEL PRICE CAP

Dato l’aumento dei prezzi del petrolio, che ha trascinato al rialzo anche il Prezzo del petrolio russo più diffuso, l’Urals, la Kyiv School of Economics (KSE) ha calcolato che alla fine del 2023 l’aggiramento del price cap frutterà alla Russia oltre 15 miliardi, che non avrebbe incassato se il meccanismo del price cap fosse stato applicato.

Il petrolio russo è soggetto ad embargo in Unione europea, negli Stati Uniti e nei paesi del G7, ma vende benissimo in tutto il resto del mondo. Il meccanismo che impedisce il trasporto agli armatori occidentali viene facilmente aggirato con flotte “fantasma” o registrazione dei natanti in paesi amici. Mentre le assicurazioni cinesi, indiane e di altri paesi offrono copertura, dando quindi modo di aggirare sia embrago che price cap.

L’embargo riguarda anche i prodotti distillati russi, ma da qualche giorno la stessa Russia ha azzerato l’export di questi prodotti nel tentativo di frenare la salita dei prezzi nel Paese, scatenata dalla corsa all’export dei produttori, attratti dai prezzi alti pagati dall’estero. In effetti, i primi risultati sembrano dare ragione alla mossa voluta da Vladimir Putin, visto che sul mercato all’ingrosso russo si è registrato un calo delle quotazioni della benzina di quasi il 10%, a 582 dollari per tonnellata. Il bando è stato attuato soprattutto in vista del raccolto di grano, che richiede molto combustibile, e secondo alcuni subito dopo il termine dei raccolti il bando russo potrebbe già cadere. Questione di un mese.

L’EUROPA SOFFRE PER I PREZZI ALTI

Ma nel frattempo l’Europa soffre e vede i prezzi della benzina alti. Con il petrolio che veleggia verso i 100 dollari al barile e i problemi nel segmento della raffinazione, l’embargo e il price cap hanno rimescolato le carte e ristretto il mercato dell’offerta disponibile per l’Occidente. Oltre al fatto che il price cap non funziona, e quindi la Russia può incassare ed utilizzare il ricavato per finanziare la guerra in Ucraina, i prezzi sono anche aumentati, dando a Mosca un insperato vantaggio.

In realtà, da subito era chiaro che il sistema escogitato aveva grosse falle, soprattutto perché questo viene applicato da una minoranza di Stati e disatteso dal resto del mondo. È uno degli elementi che stanno cementando il cosiddetto fronte dei BRICS, alternativo al fronte Occidentale. Quando il price cap è stato inaugurato, lo scorso dicembre, il petrolio Urals era sceso abbondantemente sotto il cap, a 53 dollari al barile, per poi toccare un minimo di 48 dollari ad aprile. Da allora però le quotazioni non hanno fatto che salire ed oggi si trovano a ridosso degli 80 dollari. Si tratta di un forte sconto rispetto agli altri greggi quotati, ma si tratta anche di valori di quasi venti dollari superiori al cap. Un ammontare considerevole che, nonostante gli sforzi del G7, Mosca si mette in tasca.

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