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Petrolio, tutti i legami fra Cina e Medio Oriente. Report Cer

Petrolio

Mappa aggiornata delle importazioni di petrolio da parte della Cina. L’analisi di Demostenes Floros nell’ultimo numero di “Geopolitica dell’Energia” del Centro Europa Ricerche (Cer).

 

La pandemia non ha frenato la Cina che nonostante il periodo di recessione ha continuato ad aumentare le proprie importazioni di petrolio nell’ambito di una dinamica legata a strategie di lungo periodo e per questo indipendenti dallo stato della congiuntura. È quanto emerge dall’analisi di Demostenes Floros nell’ultimo numero di “Geopolitica dell’Energia” del Centro Europa Ricerche (Cer).

IL LEGAME TRA CINA E MEDIO ORIENTE

Tra gli elementi più importanti che si celano dietro gli aspetti geopolitici delle mosse cinesi vi sono numerosi contratti di approvvigionamento petrolifero stipulati tra la Cina e i produttori OPEC presenti in Medio Oriente, a partire dallo scoppio della pandemia da Covid-19 ad oggi.

“In base ai dati forniti dalla General Administration of Customs cinese, nel 2020, a fronte di una crescita del Prodotto interno lordo reale del 2,3%, le importazioni di greggio della Cina hanno raggiunto i 10.850.000 b/g (+7,3% anno su anno). ‘La Cina è emersa come l’unico paese al mondo ancora assetato di petrolio’ ha messo in luce Oilprice.com il 20 novembre 2020. Nel contempo, le importazioni cinesi di gas naturale (via tubo e GNL) hanno oltrepassato i 138 Gm3 (+5,3% anno su anno)”, evidenzia il report Cer.

ARABIA SAUDITA AL PRIMO POSTO

Il 2020 ha visto l’Arabia Saudita affermarsi come “il principale fornitore di greggio della Cina, sopravanzando la Federazione Russa di soli 20.000 b/g. Per la precisione, 1.690.000 b/g (+1,9% anno su anno) a fronte di 1.670.000 b/g (+7,6% anno su anno). L’Iraq e il Brasile si sono rispettivamente collocati al terzo e quarto posto”, specifica il report.

IL RUOLO DELL’IRAN

Non si tratta di un dettaglio da poco perché il cambiamento di import è riconducibile, “sia a ragioni economiche, sia tecnologiche – osserva il report Cer -. A luglio 2020, sulla scia di una precedente intesa siglata nel 2016, Iran e Cina hanno sottoscritto un accordo strategico della durata di 25 anni, avente come epicentro il settore dell’energia e del petrolchimico, per poi estendersi anche ai trasporti e al comparto militare. Nel corso dei prossimi 10 anni, si stima che il valore degli scambi commerciali tra i due paesi raggiungerà i 600 miliardi di dollari. Più esattamente, il Paese di Mezzo ha garantito all’ex Persia un investimento complessivo di 400 miliardi di dollari, di cui 280 miliardi di dollari nell’industria petrolifera, gasiera e petrolchimica e 120 miliardi di dollari nelle infrastrutture dei trasporti, compresi oleodotti e gasdotti. In cambio, la Cina godrà del diritto di prelazione su qualsiasi nuova scoperta o progetto energetico sviluppati in Iran, oltre ad acquistare greggio, gas naturale e altri prodotti petrolchimici con uno sconto minino del 12% rispetto ai prezzi medi del periodo, più un altro 6-8% di sconto aggiuntivo, saldabile in valute diverse dal dollaro”.

E infatti, in attesa di conoscere quali saranno le intenzioni americani su Teheran “la Cina ha frattanto continuato ad acquistare greggio e gas naturale dalla Repubblica Islamica.In particolare, secondo le previsioni di Kpler, le importazioni cinesi di greggio iraniano raggiungeranno gli 856.000 b/g a marzo 2021 (+129% mese su mese), dopo essere state 306.000 b/g nel 2020 (il 3% circa delle importazioni totali di Pechino)”, si legge nel report Cer che conclude come “nei fatti, Pechino ha finanziariamente sostenuto uno dei paesi portanti per la realizzazione del progetto infrastrutturale denominato Belt and Road Initiative (Via della Seta)”.

GLI ACCORDI CON GLI EMIRATI

Ma non ci sono solo Iran e Arabia Saudita. “Il 27 luglio 2020, la Cina ha perfezionato una serie di accordi petroliferi e gasiferi con gli Emirati Arabi Uniti, uno dei più stretti alleati degli Stati Uniti d’America in Medio Oriente. Nello specifico, Abu Dhabi National Oil (ADNOC) ha aggiunto China National Offshore Oil (CNOOC) come nuovo partner in due concessioni offshore, Lower Zakum e Umm Shaif e Nasr, trasferendo parte dei diritti dalla China National Petroleum (CNPC)”. In linea con il progetto One Belt, One Road, per la prima volta, “una compagnia petrolifera e gasifera cinese offshore si è unita alla major emiratina ADNOC, ha sottolineato Oilprice.com l’11 agosto 2020”, prosegue il report Cer-

IL RUOLO CINESE IN IRAQ E KUWAIT

Non solo. La strategia cinese nel Medio Oriente si chiude con l’Iraq: “A dicembre 2020, il governo dell’Iraq – paese nel quale gli Stati Uniti d’America mantengono tutt’ora una significativa presenza militare – e la cinese Zhenhua Oil hanno firmato un accordo quinquennale per la fornitura di 130.000 b/g con pagamento anticipato del primo anno (2 miliardi di dollari secondo i calcoli di Bloomberg). Tra i membri dell’OPEC, l’Iraq è stato quello più colpito dalla crisi da Covid-19. Infatti, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, il Pil del paese è calato del 12% nel 2020 in conseguenza del crollo delle entrate governative che dipendono quasi esclusivamente dalla rendita petrolifera – continua il report Cer -. Il Kuwait, anch’esso stretto alleato degli Stati Uniti d’America, prima dello scoppio della pandemia e delle successive restrizioni all’accesso ai porti, prevedeva di aumentare le esportazioni di petrolio in Cina a più di 600.000 b/g nel corso del 2020. L’anno precedente, il Kuwait aver fornito il 4,5% delle importazioni cinesi, per un valore complessivo di 10,8 miliardi di dollari”.

USA CERCHERANNO DI CONTRASTARE POLITICA CINESE IN MEDIO ORIENTE

Insomma, dallo scoppio della crisi da Coronavirus ad oggi, la Cina e i più importanti produttori OPEC mediorientali hanno sottoscritto una serie di accordi petroliferi vantaggiosi per tutte le parti coinvolte (la cosiddetta win-win strategy). “Senza dubbio, gli Stati Uniti d’America cercheranno di contrastare la strategia cinese in Medio Oriente – e non solo – come ha chiaramente dimostrato il tesissimo vertice ad Anchorage, in Alaska, il 19 marzo 2021. Da ultimo, ma non di minore importanza, la Cina implementerà la propria politica energetica anche grazie all’apertura del mercato interno. Infatti, nel White Paper pubblicato il 21 dicembre 2020 si precisa che ‘il paese ha revocato le restrizioni agli investimenti esteri in tutti i settori energetici, compresi i combustibili fossili, le nuove fonti energetiche e la generazione di elettricità, ad esclusione dell’energia nucleare”. Secondo il documento, dal titolo Energia nella nuova era cinese, “l’accesso al settore energetico è stato esteso al capitale straniero, gli investimenti privati sono in crescita e le entità di investimento sono più diversificate’”, ha concluso il report Cer

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