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Perché l’eolico offshore arranca in Italia?

Rinnovabili

Chi c’era e che cosa si è detto al webinar “Aspetti economici connessi allo sviluppo dell’eolico off-shore in Italia”, organizzato da Anev, Aiee e Coordinamento Free


Zero.

È nullo, nonostante l’alto potenziale, il contributo dell’eolico offshore ai 10,5 gigawatt di capacità eolica installata in Italia. Colpa della troppa burocrazia, ma anche di troppi vincoli paesaggistici e ambientali.

Il Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) impegna l’Italia all’installazione di 900 Mw di eolico offshore, ma la sfida non è semplice.

Di tutto questo si è parlato al webinar “Aspetti economici connessi allo sviluppo dell’eolico off-shore in Italia”, organizzato dall’Associazione Nazionale Energia del Vento (Anev), dall’Associazione Italiana Economisti dell’energia (Aiee) e dal Coordinamento Free, che ha visto la partecipazione di relatori istituzionali, associazioni ambientaliste e operatori del settore.

Ha chiuso i lavori Vannia Gava, sottosegretario al Ministero della Transizione Ecologica.

GLI OSTACOLI ALLO SVILUPPO DELL’EOLIO

Partiamo dagli ostacoli. Lo sviluppo dell’eolico offshore, in Italia, incontra rilevanti vincoli paesaggistici e ambientali (con relative proteste delle soprintendenze) e difficoltà infrastrutturali e logistiche dovute alle connessioni degli impianti con la rete elettrica.

Ma non solo: un problema per le installazioni eoliche è l’interferenza con le rotte di navigazione.

TROPPA BUROCRAZIA

Tra gli ostacoli più ardui, poi, c’è la troppa burocrazia. Come si legge in questo articolo di Start Magazine, il tempo medio per l’autorizzazione di un impianto eolico arriva a superare i cinque anni. E la potenza installata è diminuita dell’80%: da quasi 1200 gigawatt nel periodo 2012-2014 si è scesi a 760 megawatt nel triennio 2015-2015 e infine a 126 MW dal 2018 al 2020

PROBLEMI METEOROLOGICI

E ancora. A rendere complicata l’installazione delle turbine offshore sono anche vincoli metereologici e geologici. “La ventosità del mar Mediterraneo è innanzitutto medio-bassa, inferiore a quella del mare del Nord. E poi i fondali sono profondi, una caratteristica che non vi permette l’ancoraggio delle piattaforme. In Sicilia e in Sardegna il fondo marino scende oltre i 30 metri già a poca distanza dalla costa”, si legge in questo articolo di Start Magazine.

EOLICO OFFSHORE NECESSARIO PER TRANSIZIONE

Vincoli e difficoltà che, però, devono essere superati in nome della transizione energetica.

“La transizione energetica in atto rende necessario il ricorso alla fonte di energia eolica in tutte le sue applicazioni”, ha commentato Simone Togni, presidente dell’Anev in occasione del webinar.

“L’eolico offshore ha un buon potenziale nel mediterraneo e in Italia, anche grazie alle nuove tecnologie flottanti. Ma per far sì che il settore possa portare tutti i suoi benefici, è necessario attuare una transizione burocratica, consentendo agli operatori di fare il proprio lavoro e intervenendo con opere di velocizzazione e semplificazione sia rispetto all’iter autorizzativo, sia riguardo alla connessione alla rete. Il settore eolico offshore italiano è pronto a portare in Italia i benefici connessi a tale tecnologia innovativa, nel rispetto dei protocolli e delle regole più rigorose di tutela e salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio e della fauna marina”, ha aggiunto Togni.

L’IMPEGNO DEL PNIEC

E l’impegno all’installazione dell’eolico offshore arriva nel Pniec, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima: l’obiettivo al 2030 è la realizzazione di 900 MW di eolico offshore.

Un obiettivo “importante”, commenta Carlo Di Primio, presidente di Aiee. “Per un Paese con alcune migliaia di km di costa non sono certamente numeri importanti. Non so se questo obiettivo è frutto di una approfondita valutazione tecnico economica delle potenzialità di questo settore, che tenga conto ovviamente anche delle esigenze di rispetto delle compatibilità paesaggistiche, naturalistiche e della navigazione o derivino più semplicemente dai progetti finora proposti dalle imprese o dalle resistenze espresse dalle Regioni ogni qualvolta si parla di questo tipo di investimento. Certamente, rispetto a paesi come la Gran Bretagna, l’Olanda o altri paesi che si affacciano sui mari nordici l’Italia non può vantare le stesse potenzialità. È importante però che cerchi di trarre anche da questa tecnologia il massimo contributo ottenibile per lo sviluppo dell’energia rinnovabile e dell’economia green”, ha aggiunto.

OPPORTUNITA’ PER LE FILIERE

Certo è che più eolico installato non è solo più energia rinnovabile, è molto di più, come ricorda Livio de Santoli, presidente del Coordinamento di Free: “Il tema dell’eolico off shore è importante sia per il percorso di decarbonizzazone dell’Italia che è in netto ritardo sugli obiettivi Ue, sia per un discorso di nuove filiere industriali”.

SERVE REVISIONE PNIEC

Ed è per questo che de Santoli chiede “una revisione urgente e spedita del Pniec che deve essere coordinato con il PNRR. Il nuovo PNIEC dovrebbe moltiplicare di un fattore 2,5 i 10 GW installati ora e di questi 6 GW saranno off-shore. Con gli ottomila chilometri che possediamo e con le nostre tipologie marine non possiamo copiare il Nord Europa ma dobbiamo sviluppare una filiera industriale autonoma per avere sia la riduzione delle emissioni, sia lavoro ed economia grazie alla manifattura degli aerogeneratori off-shore specifici per la realtà del Mediterraneo. Oltre ciò per sviluppare una filiera italiana è necessario affrontare la questione delle autorizzazioni, perché l’innovazione nel settore delle rinnovabili è rapida e se ci si mettono due o tre anni solo per l’iter autorizzativo l’installazione di tecnologie obsolete è una certezza”.

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