Energia

Perché le sintonie nucleari fra Trump e Arabia Saudita provocano sussulti nel Congresso Usa

di

Arabia Saudita

Se Trump intende davvero mettere a disposizione dei sauditi il know how nucleare, lo aspetta una battaglia in campo aperto che costituirà anche uno degli ingredienti della competizione elettorale già in corso. Il Punto di Marco Orioles

 

Di cosa hanno parlato il consigliere e genero di Donald Trump, Jared Kushner, il re saudita Salman e suo figlio, l’onnipotente e chiacchierato Mohammed bin Salman (Mbs), quando si sono incontrati a Riad lo scorso 27 febbraio per la prima volta dalla morte del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi?

Secondo la nota diramata allora dalla Casa Bianca, il trio avrebbe discusso argomenti di routine: la cooperazione bilaterale, gli investimenti nella regione, più il fantomatico accordo di pace tra Israele e palestinesi a cui Kushner sta lavorando dai primi giorni del suo insediamento alla Casa Bianca. Da qualche giorno, tuttavia, negli Usa si è affacciato il sospetto che a tenere banco, in quel Pourparler, ci sia stata anche una questione letteralmente esplosiva: l’energia nucleare.

Il sospetto si è fatto acuto, trasformandosi in allarme, questo giovedì. Mentre era audito in Senato, il Segretario all’Energia Rick Perry ha annunciato che l’amministrazione Trump ha approvato sette richieste di aziende americane intenzionate a vendere tecnologia nucleare ai sauditi.

Il fatto è questo: l’Arabia Saudita vuole costruire due centrali nucleari, scatenando la gara a chi potesse venire incontro a tale auspicio. A manifestare la propria disponibilità sono stati, oltre all’America, Russia, Corea del Sud e – forse – la Cina. Riad annuncerà nel corso dell’anno chi, tra i concorrenti, si aggiudicherà l’importante commessa.

La rivelazione di Perry si scontra con almeno due problemi di una certa rilevanza. L’Arabia Saudita, anzitutto, medita di dotarsi dell’arma nucleare per bilanciare l’analoga aspirazione dell’Iran. Nel marzo 2018, in una rara intervista concessa all’emittente americana CBS, Mbs fu esplicito in tal senso: se la Repubblica Islamica disporrà dell’arma finale, noi faremo altrettanto.

Il secondo problema non è meno spinoso: da quando, il 2 ottobre scorso, i sauditi liquidarono brutalmente Khashoggi al loro consolato di Istanbul, il rapporto con gli Usa si è deteriorato, con mezzo Congresso sul piede di guerra nei confronti del presunto mandante dell’omicidio, identificato dalla Cia nella persona di Mbs, ma anche sempre più ostile nei riguardi di Trump e del suo entourage, accusati di coprire i carnefici e di mantenere intatta l’alleanza a dispetto della completa inaffidabilità di Riad.

Ecco perché, mentre Perry veniva ascoltato in Senato, è stato subito sfidato dal senatore democratico Tim Kaine, che ha chiesto al segretario se le autorizzazioni in questione fossero state approvate dopo l’assassinio di Khashoggi. “Firmiamo un sacco di documenti”, è stata la risposta infastidita di Perry.

Nella querelle che si è innescata tra governo e parlamentari, è entrata a gamba tesa anche la senatrice Elizabeth Warren, prima a entrare nel campo dei candidati democratici alla presidenza. “L’ultima cosa che dovremmo fare – ha cinguettato Warren – è dare all’Arabia Saudita gli strumenti per costruirsi una bomba nucleare”.

Ma cosa ha approvato concretamente l’amministrazione Trump? Le autorizzazioni in questione si chiamano “Part 810”, dal titolo della clausola della normativa federale. Permettono alle aziende di compiere i passi preliminari in vista della successiva definizione di un vero e proprio accordo relativo alla costruzione di un impianto nucleare. Tali autorizzazioni non consentono, tuttavia, il trasferimento di attrezzature, componenti o materiale nucleare.

Qui troviamo un terzo problema insito nelle manovre saudite del governo Usa. Secondo un documento visto da Reuters, la National Nuclear Security Administration (NNSA), organo del Dipartimento dell’Energia guidato da Perry,  le aziende che hanno richiesto le autorizzazioni hanno anche chiesto che rimanessero segrete. Rompendo, con ciò, una prassi in base alla quale il Dipartimento ha messo precedenti autorizzazioni “Part 810” a disposizione del pubblico nel suo quartier generale a Washington. I democratici del Congresso hanno subito storto il naso, accusando l’amministrazione Trump di condurre trattative occulte coi sauditi.

La maretta tra governo e parlamentari è andata in scena anche alla  Commissione Esteri della Camera, dove è stato ascoltato il Segretario di Stato Mike Pompeo. La sua presenza è stata l’occasione per il senatore democratico della California Brad Sherman per metterlo sotto torchio. “Se non ci si può fidare di un regime con una sega – ha affermato Sherman, riferendosi all’attrezzo con cui gli agenti sauditi smembrarono il corpo di Khashoggi – tanto meno ci si dovrebbe fidare di loro con le armi nucleari”.

Pompeo non ha potuto far altro che replicare che il governo “sta lavorando per assicurare che l’energia nucleare che (i sauditi) otterranno sia qualcosa che comprendiamo e che non presenti quel rischio”.

L’offensiva parlamentare non termina qui. Due indiscussi protagonisti della vita legislativa, nonché esponenti di partiti avversari, come il senatore repubblicano Marco Rubio e il suo collega democratico Bob Menendez hanno chiesto al Government Accountability Office di studiare il dossier per capire se il governo stia negoziando con i sauditi senza seguire le stringenti regole federali iscritte nell’Atomic Energy Act. La legge in questione prevede, tra le altre cose, che i Paesi stranieri che beneficiano della cooperazione nucleare con gli Usa debbano impegnarsi formalmente a non usare il materiale nucleare per costruirsi la bomba.

Rubio e Menendez hanno dichiarato di essere “preoccupati per la mancanza di consultazione del Congresso da parte dell’amministrazione”. Hanno quindi espresso il dubbio che le agenzie federali preposte a sorvegliare su simili accordi non siano state sufficientemente coinvolte. E si sono anche chiesti, infine, come mai a condurre le trattative con i sauditi sia il Dipartimento dell’Energia e non il Dipartimento di Stato.

Ad avvelenare ulteriormente questo dibattito surriscaldato ci hanno pensato media come Slate, che hanno ricordato come appena il mese scorso alcuni deputati democratici abbiano stilato un rapporto, presentato alla Commissione di Sorveglianza della Camera, in cui si sostiene che la Casa Bianca avrebbe lavorato ad un piano segreto che prevedeva la costruzione di reattori nucleari in alcuni paesi del Medio Oriente, inclusa l’Arabia Saudita. Secondo tale disegno, ad occuparsi della costruzione degli impianti sarebbe stata una società chiamata IP3 International, nel cui organico figurano ex diplomatici, ex vgenerali ed esperti di energia.

Secondo il rapporto Dem, dentro IP3 ci sarebbe stato in origine anche il primo Consigliere della Sicurezza Nazionale di Trump, il generale Michael Flynn, che come si ricorderà fu costretto a dimettersi a meno di un mese dal suo insediamento per aver mentito sulle sue relazioni con i russi.

Come spiegò qualche tempo addietro il CEO di IP3, Mike Hewitt, il gruppo “era stato formato come una società bipartisan per appoggiare lo sviluppo di un modello pubblico-privato per l’introduzione pacifica dell’energia nucleare” presso alcuni Paesi alleati. “C’era la preoccupazione – spiegava Hewitt – circa l’espansione della Russia e della Cina nello sviluppo globale dell’energia nucleare e sugli inerenti temi geopolitici e di sicurezza nazionale. Il Medio Oriente è solo una delle regioni in cui questa competizione si sta manifestando, e attualmente gli Stati Uniti e la sua industria non sono competitivi in questo mercato in crescita”. Secondo il Daily Beast, IP3 è a tutt’oggi in contatto con l’Arabia Saudita e con altre nazioni del Medio Oriente.

Tutto sembra indicare, dunque, che negli Usa si sia aperto l’ennesimo fronte di scontro tra governo e parlamento. Se l’amministrazione Trump intende davvero mettere a disposizione dei sauditi il know how nucleare, la aspetta una battaglia in campo aperto che costituirà anche uno degli ingredienti della competizione elettorale già in corso. Allacciate le cinture.

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