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Germania

Perché la Germania sbarella su gas russo e armi all’Ucraina

Cosa fa, cosa non fa e cosa dice la Germania su gas russo e armi all’Ucraina. L’articolo di Pierluigi Mennitti da Berlino

La Zeitwende, la svolta epocale di Olaf Scholz, è incespicata sull’invio delle armi in Ucraina e sull’embargo all’energia russa. Quello scatto in avanti compiuto col discorso al Bundestag definito da molti osservatori storico, all’indomani dello scoppio della guerra, appare ora un salto del gambero e conferma ancora una volta tutti i sospetti che gli Stati alleati (anzitutto quelli centro-est europei) hanno per anni nutrito verso Berlino.

Dall’esterno (risuonano ancora gli echi del rifiuto di Zelensky a ricevere la visita del presidente Steinmeier), la polemica si è trasferita in casa, mettendo di fronte non solo maggioranza e opposizione ma anche i partiti all’interno della stessa coalizione di governo. linee di frattura che qualche volta corrono anche all’interno degli stessi partiti, creando qual caos completo nel quale il nuovo cancelliere rischia di naufragare alla sua prima, grande prova di leadership.

Le pressioni sono tante. L’Ucraina vuole armi pesanti e Scholz aveva in un primo momento fatto intendere che gliele avrebbe mandate. Le industrie degli armamenti, che in Germania hanno sempre fatto buoni affari spedendo forniture in giro per il mondo, avevano anche mandato una lista del materiale disponibile, qualcosa doveva aver aggiunto anche l’ufficio della Bundeswehr. Qualche lettore meno disattento ricorderà che un paio di settimane fa si era parlato di Leopard 1 usati.

Questa lista, o un’altra rielaborata dal governo, sarebbe arrivata in qualche modo a Kiev. Nei giorni di Pasqua, incalzato dai suoi stessi alleati di governo (verdi in prima fila, poi anche i liberali), Scholz aveva annunciato uno stanziamento di oltre due miliardi di euro con i quali gli ucraini si sarebbero potuti comprare tutte le armi di cui avevano bisogno.

È sembrato un escamotage: la Germania non spediva direttamente le armi pesanti, ma metteva Kiev nelle condizioni di comprarsele. Senonché gli ucraini, già scottati dalla beffa degli elmetti a inizio guerra, hanno guardato nella lista di Scholz e hanno scoperto che le armi che servivano loro per affrontare la nuova offensiva russa in Donbass non c’erano. O almeno così ha riferito il loro combattivo ambasciatore a Berlino.

Il rimpallo di responsabilità è andato avanti per ore, con panzer e munizioni che passavano da una parte all’altra e poi tornavano indietro, ambasciatori che prenotavano pezzi e generali della Bundeswehr che se li riprendevano indietro, adducendo problemi di addestramento.

Nel frattempo l’agenzia Reuter spifferava che dietro le quinte Kiev provava a far chiudere Nord Stream 1 (il gasdotto che porta il gas direttamente in Germania) per far dirottare quel gas lungo i tubi che attraversano l’Ucraina, in modo da far pagare a Mosca più tasse di transito a Kiev, e vai a capire se le questioni armi e gas non si sono intrecciate, strumentalizzandosi e aggiungendo irritazione a irritazione.

E alla fine, come siano andate davvero le cose non è quasi neppure più importante saperlo, perché la bagarre che si è scatenata sul fronte interno a Berlino è bastata a mandare in frantumi quella quasi unità nazionale che durava dall’inizio della guerra, con la maggioranza compatta a difesa dell’Ucraina, l’opposizione di centro (la più consistente) disposta a supportare la nuova politica di riarmo, e tutti a cospargersi il capo di cenere per i decenni di abbracci con Mosca, talmente soffocanti da ritrovarsi al momento sbagliato totalmente dipendenti dai suoi rifornimenti energetici.

Ora la prossima settimana la Cdu intende portare in parlamento una proposta di invio di armi pesanti a Kiev che potrebbe mettere in difficoltà la maggioranza, mentre Scholz ha fatto sapere, tramite un’intervista allo Spiegel, che la ragione del suo comportamento ritirato è uno solo: “”Sto facendo di tutto per evitare un’escalation che porti a una terza guerra mondiale. Non ci deve essere una guerra nucleare”.

L’energia è l’altro punto su cui la Zeitwende incede con passo lento e faticoso. La Germania è sempre un passo indietro rispetto ai suoi alleati, nella Nato e in Europa. No all’embargo delle fonti russe!, questa era la linea rossa di Berlino all’inizio della guerra, magari con la sottintesa speranza che il conflitto si esaurisse in breve tempo e che almeno i rifornimenti in corso (leggi Nord Stream 1) potessero sfuggire alla mannaia delle sanzioni. Poi però Bruxelles ha cominciato a premere per il blocco del carbone, l’Italia si è sfilata dal braccio di ferro, la Francia si è sentita coperta dal suo nucleare, l’Olanda questa volta ha fatto il muso duro con Mosca, baltici e polacchi non ne parliamo e quindi von der Leyen non ha potuto più frenare e Berlino ha dovuto cominciare a cedere. Ora il carbone, domani il petrolio, dopodomani, chissà, il gas.

E a questo punto si sono arrabbiati gli industriali e i sindacati, peraltro entrambi serbatoi elettorali dell’Spd, il partito di Scholz. Più i secondi dei primi, ma si sa che la grande industria, che è poi quella divoratrice di energia, da sempre strizza l’occhio più ai socialdemocratici. È stato un coro unanime: del gas russo non possiamo fare a meno, né oggi né domani, forse al massimo dopodomani. E giù scenari catastrofici: fabbriche che chiudono, lavoratori gettati per strada, famiglie sul lastrico, benessere a rischio.

Qualche esempio. “Un rapido embargo sul gas in Germania comporterebbe perdite di produzione, arresti della produzione, ulteriore deindustrializzazione e continue perdite di posti di lavoro”, dichiarazione congiunta di Rainer Dulger, presidente degli industriali e Reiner Hoffmann, capo dei sindacati. “Non solo la Germania ma l’intera Europa sarebbe colpita duramente da un blocco dalla Russia e avrebbe un grosso problema”,  Leonhard Birnbaum,  ceo della compagnia energetica Eon. “Se il gas russo venisse meno dall’oggi al domani, avremmo in Germania conseguenze rovinose, alti livelli di disoccupazione e molte aziende andrebbero in bancarotta”,  Martin Brudermüller, ceo del colosso chimico Basf.

Qualcosa di vero ci sarà certamente e d’altronde anche gli economisti non sono univoci nelle previsioni e si dividono anche loro, tra chi preannuncia catastrofi e chi crede che solo l’embargo energetico metterà davvero in crisi Putin ma non pregiudicherà in maniera drammatica il Pil tedesco. È un confronto “ricco di emotività”, scrivono i giornalisti che ogni giorno ne riportano i vaticini, quasi sorpresi che anche gli economisti abbiano un’anima. Per semplificare: tra i catastrofisti, il pensatoio economico dei sindacati Imk; tra i possibilisti il Diw di Berlino e un gruppo di economisti raccolti attorno all’Università di Bonn (questi ultimi sostengono che l’embargo costerebbe il 3% di Pil, del tutto gestibile se si pensa al crollo causato dalla pandemia); nel mezzo l’Iw di Colonia.

Tutti, comunque, concordano sul fatto che la fase di fuoriuscita dalla dipendenza russa debba essere più veloce possibile. Intanto gli economisti del Consiglio dei saggi hanno dimezzato le stime di crescita del 2022 rispetto alle previsioni pre belliche e, a ruota, gli stessi segni meno sono stati presentati da tutti i principali istituti di ricerca economica tedeschi.

A tutto questo si aggiungono scandali vecchi e nuovi che tornano alla luce per una tardiva resa dei conti. Come quello che coinvolge in questi giorni la presidente del Meclemburgo-Pomerania Anteriore Manuela Schwesig. È la storia di una fondazione foraggiata con i soldi di Gazprom, ma su questa vicenda ci limitiamo a un link, perché ve l’avevamo raccontata un anno e mezzo fa.

Così a Scholz non resta che raccogliere i cocci di un paese sull’orlo di una crisi di nervi, che cerca e non trova la strada di uscita dai sensi di colpa per una Ostpolitik perseguita senza alcuna prudenza e oggi arrivata a un amaro capolinea. I sensi di colpa, d’altronde, sono una specialità della casa.

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