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Perché la Germania e altri 10 Paesi vogliono tagliare i soldi ai gasdotti transeuropei

Russia Pakistan Gasdotti

L’approfondimento di Enrico Martial

 

Undici Paesi membri, tra cui Germania, Paesi Bassi, Spagna, chiedono che non siano più finanziati i gasdotti nelle reti transfrontaliere TEN-E nell’ambito dei progetti di comune interesse (PCI), che consentono procedure accelerate e l’accesso a fondi europei dedicati. È una posizione interessante, che riguarda una partita gigantesca e che si inquadra nel ruolo assegnato al gas nel Green Deal e nel contrasto al cambiamento climatico non solo dell’Unione europea, ma anche degli Stati membri e delle stesse aziende. Nella programmazione 2014-2020, si sostenevano 4 corridoi del gas e varie interconnessioni, tra cui Grecia e Bulgaria, il TAP fino in Puglia, tra Polonia e Slovacchia e poi verso la Danimarca, tra Ungheria, Slovenia e Italia.

Austria, Belgio, Germania, Danimarca, Estonia, Spagna, Irlanda, Lussemburgo, Latvia, Paesi Bassi e Svezia, nel “non-paper” di posizione che è stato reso noto da Reuters il 1° giugno affermano che gli aiuti vanno esclusi anche nel caso i gasdotti trasportino un mix di gas e idrogeno.

D’altra parte, ancora il 13 aprile 2021, un gruppo europeo di operatori del gas (compresa la SNAM) pubblicava una proposta di forte sviluppo dei gasdotti, da adattare progressivamente al trasporto dell’idrogeno, per tappe fino al 2040, con investimenti tra i 43 e gli 81 miliardi di euro. Ragionando sulle proiezioni di crescita del mercato dell’idrogeno, si dava una speranza e una ragione di sopravvivenza al sistema dei gasdotti, rispetto ai declinanti scenari per coloro che trasportano fonti fossili nell’età del cambiamento climatico.

A sostenere il gas, vi era anche l’argomento della sicurezza energetica, per esempio tra Polonia e Paesi Baltici, anche se sullo sfondo resta sempre il problema della dipendenza dalla Russia, a cui peraltro mancano solo 100 km per completare il Nord Stream 2, fino in Germania. Inoltre, è stato sostenuto da lobby agguerrite e motivate l’argomento secondo cui il gas naturale, pur fonte fossile, costituisce uno strumento “verde” rispetto al più inquinante carbone, come combustibile di transizione. Il 18 dicembre 2020, si erano espressi in questo senso 10 Paesi membri, cioè Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia.

Si capisce dunque il conflitto in corso con gli altri 11 Paesi membri capitanati dalla Germania, nel quadro di un dibattito che dura almeno dal 2018 per stabilire che cosa è “verde” e cosa non lo è. Sebbene sia passato sotto relativo silenzio in Italia, i Paesi membri, la Commissione e il Parlamento europeo hanno convenuto un sistema di priorità (il regolamento “Tassonomia” del 22 giugno 2020), per definire quali siano gli investimenti da riconoscere come utili a combattere il cambiamento climatico, nell’economia circolare, nell’agricoltura, nell’industria, nelle costruzioni, nei trasporti. A cascata, il 21 aprile scorso è stato approvato l’atto delegato conseguente che stabilisce quali fonti energetiche possono essere finanziate come “verdi”. Ebbene, dopo molti esercizi, minacce di dimissioni da parte di nove esperti dal Comitato dei 67 che aiutava la Commissione a venirne a capo, si è deciso di rimandare la discussione sul gas in un atto separato come già si era stabilito per il nucleare, e quindi comunque di escluderlo dalle fonti verdi.

Nel documento che circolava a marzo 2020, reso noto dal giornale francese Contexte, si ipotizzavano tipologie diverse e circostanziate di ammissibilità del gas a strumento di transizione, per esempio calcolando quando CO2 si sarebbe guadagnato nella sostituzione rispetto al carbone, o riguardo agli impianti di cogenerazione.

Anche il nucleare (malgrado la lobby francese e di alcuni Stati membri orientali) sarà oggetto di un documento delegato a parte, perché se è vero che l’emissione di Co2 è minima, le scorie impattano sul principio della “innocuità” sugli altri obiettivi (“do not significant harm”, non far danni significativi), come sulla protezione della biodiversità, o delle acque, o sull’inquinamento e la salute degli eco-sistemi.

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