Energia

Perché il carbone è duro a morire?

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carbone

Secondo la Iea, per i prossimi 5 anni, di ridurre effettivamente il carbone non se ne parla nemmeno. E non solo… L’articolo di Luca Longo pubblicato da Eniday

 

È duro a morire, il carbone.  Come capita alla fine di un classico film horror, il cattivo è ormai immobile a terra. Ma, mentre i buoni stanno tirando un sospiro di sollievo, si rialza ed attacca ancora una volta.

Negli ultimi mesi abbiamo ricevuto un sacco di buone notizie. Fra queste, l’impegno dell’Unione Europea di ridurre le emissioni di CO2 almeno del 40%, del 60% e dell’ 80% rispettivamente entro il 2030, 2040 e 2050, ma anche il calo concreto nelle emissioni di gas serra in Europa evidenziato dal rapporto ISPRA.

La Germania alla fine del 2018 ha vissuto un momento storico con la chiusura della sua ultima miniera di carbone: Prosper-Haniel nel bacino carbonifero della Ruhr. Non si era esaurita la vena, anzi. In 200 anni di storia industriale, dalle viscere della Germania sono stati estratti 8,5 miliardi di tonnellate di carbone, ma là sotto ce ne sono altri 440 miliardi: sarebbero sufficienti per millenni. Ma il carbone inquina troppo e a parità di energia prodotta sviluppa il doppio dell’anidride carbonica liberata dal gas naturale.

Sembrerebbe che il mondo dell’energia abbia intrapreso il cammino giusto e che il cattivo dei film sia ormai a terra e sconfitto, ma la International Energy Agency ci avverte che non siamo ancora ai titoli di coda. Negli ultimi anni abbiamo assistito al declino dei combustibili fossili non grazie a efficaci strategie di decarbonizzazione ma principalmente a causa della crisi economica: nel 2017 il consumo globale di carbone è aumentato dell’1% (7.585 miliardi di tonnellate) e quando arriveranno i consuntivi 2018 ci si aspetta che la domanda sia cresciuta ancora di più. L’energia elettrica prodotta dal carbone è aumentata del 3% (oltre 250 TWh). Questo combustibile mantiene una quota del 38% sul mix energetico, e la tendenza alla crescita è evidenziata dal fatto che gli impianti termoelettrici appena inaugurati nel mondo sono per il 40% ancora basati sul carbone.

Anche nella Ruhr, la chiusura delle miniere si è resa necessaria per contribuire a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione indicati dalla UE e recepiti dal governo federale, ma anche per motivi economici: costa meno importarlo da Colombia, Australia e Sudafrica. La Germania ha intrapreso la conversione verso i combustibili fossili meno inquinanti del carbone e verso le rinnovabili, ma molto rimane da fare perché ancora un quarto dell’energia nazionale complessiva viene prodotta bruciando carbone e lignite e Berlino non prevede di riuscire ad affrancarsi definitivamente dal carbone prima del 2038.

Se confrontiamo i consumi registrati nell’ultimo anno con quelli precedenti, il declino osservato per USA (quasi 17 miliardi di tonnellate in meno) e per la Germania (oltre 9 in meno), Ucraina (-7) e Regno Unito (-4), Colombia (-2), viene abbondantemente compensato da Indonesia (+6), Cina e Russia (ciascuna con +10). A questi, si è aggiunta la Corea del Sud (+16) mentre il colpo finale è arrivato dall’india, dove il boom industriale ha comportato il consumo di quasi 40 miliardi di tonnellate di carbone in più.

Secondo il rapporto Iea, la domanda mondiale di carbone non scenderà almeno per i prossimi cinque anni perché il calo del 13% previsto sia nell’Unione Europea che negli Stati Uniti, non sarà uguagliato da diminuzioni analoghe per Giappone, Corea e Cina, che caleranno solo del 3%. Anche in questo caso, l’aumento percentuale maggiore sarà nei Paesi del sudest asiatico (+39% seguiti in questa triste classifica dall’india (+26%).

Anche nel nostro continente, le politiche comunitarie stanno cercando di erodere la domanda di carbone. Ma guardando più da vicino, scopriamo una Europa a due facce.

Le nazioni occidentali si stanno progressivamente affrancando dal carbone: Svezia, Belgio, Estonia, Austria, l’uscente Regno Unito e la Francia (quest’ultima soprattutto grazie alla fissione nucleare) fanno affidamento sul carbone per meno del 10% del proprio fabbisogno elettrico. Finlandia, Slovacchia, Spagna, Irlanda, Ungheria e Croazia e Portogallo sono sotto il 20%. L’Italia produce solo il 13,3% della propria elettricità col carbone. Tutte queste nazioni hanno annunciato la decisione di affrancarsi dal carbone o stanno comunque attivandosi per ridurre la propria dipendenza da questo.

Sull’altro lato del continente, le nazioni più orientali – Germania compresa – usano il carbone per almeno un quarto della propria produzione e non si mostrano particolarmente interessate ad abbandonarlo. Nella classifica dei paesi meno virtuosi abbiamo la Repubblica Ceca (54%), Bulgaria (43%) la Germania (43%), Grecia, Olanda, Slovenia, Danimarca, Romania (tutte comprese fra il 25% ed il 44%). Ma il Paese meno virtuoso in assoluto è la Polonia dove la quota riservata al carbone per soddisfare il proprio fabbisogno elettrico raggiunge il record dell’80%! Nessuna di queste ultime (con l’eccezione già vista della Germania) ha iniziato una seria discussione politica per smettere il vizio del combustibile fossile più sporco in assoluto, ma al contrario in Polonia, Grecia e nei Balcani sono in costruzione nuove centrali a lignite.

Il carbone, come abbiamo visto, spacca a metà il mondo e questa frattura taglia in due anche l’Europa.

Nei film horror, alla fine i buoni si mettono tutti insieme e fanno fuori per sempre il mostro. Anche nella realtà, è indispensabile un lavoro congiunto di istituzioni, movimenti di opinione, aziende energetiche e centri di ricerca per rendere inarrestabile il processo di eliminazione del carbone e la sua sostituzione con fonti meno inquinanti.

Oggi il gas, domani – grazie alla ricerca che si svolge anche nel nostro Paese – le energie rinnovabili. Potete stare certi che Eni sta facendo la propria parte.

 

 

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