Energia

Perché Di Maio sull’Ilva gioca su due tavoli con Arcelor Mittal?

di

Ilva

L’approfondimento di Fernando Liuzzi per Il Diario del lavoro su come il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, sta trattando il dossier Ilva con Arcelor Mittal

Mercoledì 25 luglio, nuova rapida, ma confusa, puntata della vicenda Ilva. Una vicenda che, da quando si è formato il Governo basato sul famoso contratto siglato nel maggio scorso da due privati cittadini, i signori Luigi Di Maio e Matteo Salvini, assume toni sempre più romanzeschi.

E diciamo romanzeschi soprattutto perché a rendere l’intreccio più complesso provvede, in primo luogo, quello che è oggi il protagonista principale della storia ovvero il signor, anzi il deputato, Luigi Di Maio.

Martedì 24 luglio quello che è venuto ad animare lo senario su cui si svolge la vicenda del gruppo Ilva è stato il Di Maio ministro dello Sviluppo Economico. Nella tarda serata, un orario da lui privilegiato per i suoi rapporti con i mezzi di informazione, un comunicato pubblicato sulla carta intestata del Ministero di via Veneto affermava che “a seguito delle verifiche interne sul dossier Ilva”, nonché “del parere fornito dall’Anac”, “si ritiene” (anche se qui non era specificato chi fosse il soggetto che “ritiene” qualcosa); ma comunque: “si ritiene che ci siano i presupposti per avviare un procedimento amministrativo finalizzato all’eventuale annullamento in autotutela del decreto del giugno 2017 di aggiudicazione della gara”.

Insomma, una notizia bomba, buttata lì senza parere. Ma una vera notizia bomba che, essendo uscita dai computer del Ministero alle ore 21:51, ha trovato spazio, stamattina, solo sulla prima pagina del Sole 24 Ore col seguente titolo: “Ilva, sul tavolo di Di Maio l’annullamento della gara”. Un approdo non del tutto impensabile, questo, dopo la mossa fatta, due settimane fa, dallo stesso Di Maio, quando aveva reso noto di aver ricevuto una lettera inviatagli dal Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Lettera nella quale lo stesso Emiliano non si limitava a denunciare la presenza di “zone d’ombra” nella gara che aveva portato, nel giugno 2017, all’aggiudicazione dei “complessi aziendali dell’Ilva in Amministrazione straordinaria”, ma invitava il Ministro a chiedere, su tali “zone d’ombra”, il parere dell’Anac; ovvero, nientemeno, dell’Autorità nazionale anticorruzione. Un invito, questo, prontamente raccolto dal biministro Di Maio che annunciava di aver inviato a Raffaele Cantone, Presidente della stessa Anac, le carte relative.

Dopodiché, venerdì 20 luglio, intervenendo alla Camera, Di Maio, ancora come Ministro dello Sviluppo Economico, annunciava che l’Anac aveva confermato l’esistenza, nella procedura della gara conclusasi l’anno scorso, di alcune “criticità”. Criticità che, per lo stesso Di Maio, venivano a configurarsi come altrettanti “macigni”.

Fin qui il riassunto delle puntate precedenti. Riassunto che, però, consente di porre in luce che quanto comunicato nella tarda serata di martedì 24 luglio aveva, effettivamente un suo valore dirompente. E ciò non solo per l’allarmante significato della frase, certo scritta un po’ in giuridichese, in cui si prospettava l’ipotesi di un “eventuale annullamento in autotutela del decreto del 5 giugno 2017” relativo all’aggiudicazione della gara Ilva a AM InvestCo Italy, la cordata formata col concorso prevalente di ArcelorMittal, il colosso franco-indiano dell’acciaio.

Ma perché, subito dopo tale frase, veniva riportato nel comunicato un virgolettato attribuito al Ministro; virgolettato in cui lo stesso Di Maio affermava che il “procedimento amministrativo finalizzato all’eventuale annullamento” eccetera, è “un procedimento disciplinato per legge che durerà 30 giorni”.

Da qui, oggi, un senso di allarme avvertito nella palazzina di corso Trieste 36 ove, a Roma, hanno la loro sede nazionale i sindacati confederali dei metalmeccanici: Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil. Perché solo a sentir parlare di “un atto dovuto per accertare i fatti a seguito delle importanti criticità emerse”, atto dovuto che, peraltro, occuperà lo spazio temporale di altri 30 giorni in una vicenda che appare sempre più infinita, la mente di un sindacalista non può che reagire con forti preoccupazioni. Anche perché, se quelli che si stanno sviluppando sono “accertamenti” e “procedure amministrative”, lo spazio per eventuali trattative appare azzerato.

La cosa più sorprendente, però, non l’abbiamo ancora vista. Ed è questa. Sempre nel suo comunicato, quasi notturno, del 24 luglio, Di Maio concludeva, serafico, con queste parole: “Domani incontrerò i vertici di ArcelorMittal per proseguire il confronto sull’aggiornamento della loro proposta”.

E il 25 luglio infatti, verso le due e mezzo del pomeriggio, i rappresentanti di quella che è, non dimentichiamolo, la più grande impresa siderurgica del mondo, hanno varcato il portone del Ministero di via Veneto. Laddove, attenzione, con Ministero di via Veneto non si intende il Mise, ma il Ministero del Lavoro. Un ministero, questo, la cui sede principale si affaccia anch’essa su via Veneto, proprio di fronte al Mise.

Ora per quale motivo il Di Maio che ha ricevuto ArcelorMittal sia stato il Ministro del Lavoro invece del Ministro dello Sviluppo economico, non è dato sapere. Dopo un’ora e mezzo di incontro, infatti, Di Maio è, per così dire, scappato via dal Ministero, sostenendo che doveva recarsi con urgenza a un appuntamento parlamentare. I cronisti, che erano stati invitati a essere presenti al Ministero, hanno quindi dovuto accontentarsi di una breve dichiarazione, senza poter porre al Ministro stesso nessuna domanda.

Di Maio, dunque, si è limitato a dichiarare che le “controproposte migliorative” presentategli da ArcelorMittal registrano “passi avanti” rispetto al piano ambientale, mentre, rispetto al piano occupazionale, “la situazione non è soddisfacente e va approfondita”. Insomma, niente di nuovo.

Quello che è più difficile capire è quali siano a questo punto, rispetto all’Ilva, le vere intenzioni del biministro Di Maio. Il quale pare ritenere che non vi sia nulla di contraddittorio se, da un lato, avvia una procedura che potrebbe portare, nientemeno, che all’annullamento della gara con cui, più di 13 mesi fa, ArcelorMittal si è aggiudicata, tramite la cordata AM InvestCo, il diritto di acquisire l’Ilva; mentre, dall’altro, porta avanti una specie di negoziato informale con la stessa ArcelorMittal affinché quest’ultima riveda, in modo sostanziale, i suoi piani ambientali e le conseguenze occupazionali dei suoi piani industriali. Il tutto con un aggravio di costi che, per adesso, può solo essere immaginato ma che si prospetta, a occhio e croce, come assai significativo.

L’unico punto fermo, nella vicenda, è, come già accaduto nei giorni scorsi, il comunicato serale di ArcelorMittal, in cui l’impresa ha affermato di essere tutt’ora “fiduciosa” circa la sua possibilità di completare l’acquisizione di Ilva. “Abbiamo incontrato questo pomeriggio il Vice Presidente del Consiglio, onorevole Di Maio, per discutere le nostre proposte aggiuntive”, è scritto nel comunicato aziendale. Proposte che, peraltro, “riflettono il nostro impegno per il rilancio di Ilva”; e ciò “con particolare attenzione alle sfide ambientali e sociali”.

Insomma, da parte di ArcelorMittal – a parte la gustosa precisazione che, per loro, Di Maio è soprattutto il Vice presidente del Consiglio – vengono esibite le migliori intenzioni del mondo. E ciò non solo perché la scelta di tentare di acquisire l’Ilva, fatta l’anno scorso, era basata, con ogni probabilità, su solide basi strategiche. Ma, forse, anche perché il competitor indiano di ArcelorMittal, Jindal South West – quello che l’anno scorso, capeggiando la cordata AcciaItalia, aveva tentato di soffiare l’affare ad ArcelorMittal -, dopo la sconfitta patita nella gara del 2017 è adesso riuscito a mettere comunque un piede in Italia. Ovvero dentro la seconda potenza manifatturiera europea.

Infatti, proprio il 24 luglio, Jindal ha perfezionato l’acquisto, da Aferpi, dell’acciaieria di Piombino. Un’acciaieria, è appena il caso di ricordarlo, che costituisce anch’essa un pezzo della ex-Ilva pubblica, e che, dopo la fine dell’Iri, è passata di mano in mano prima al gruppo Lucchini, poi alla Severstal, guidata dal russo Mordashov e, infine, alla Aferpi, guidata dall’algerino Rebrab.

Insomma, come dicevamo all’inizio, l’intreccio si infittisce. Sorge, quindi, una domanda. Quante altre puntate dovremo seguire prima che questa appassionante storia industriale giunga a una conclusione almeno provvisoria?

(estratto di un articolo pubblicato sul Diario del lavoro)

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