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Perché Acciaierie d’Italia punta alla Cig e non allo sviluppo? Che fa il governo sull’ex Ilva?

Acciaierie D'italia

Acciaierie D’Italia, occasione persa con la Cassa integrazione senza l’accordo con i sindacati. Il governo si faccia carico seriamente la vertenza ex Ilva. Il commento di Roberto Benaglia, segretario generale Fim Cisl

 

Con il mancato accordo di ieri sulla cassa integrazione, si è sprecata l’ennesima occasione per riannodare i fili delle relazioni industriali con Acciaierie d’Italia. Le distanze sono state marcate da un atteggiamento aziendale poco incline all’intesa, forte del fatto che comunque l’ingresso della quota pubblica di maggioranza si allontanava (entro giugno doveva subentrare il controllo pubblico con oltre il 50% delle quote ma la data si allontana), un evento che avrebbe spinto a un atteggiamento più responsabile verso i lavoratori. Per questo pur sapendo che il 28 marzo rappresentava l’ultimo giorno utile per siglare l’intesa, invece di mediare tra i numeri messi in campo, l’azienda e i suoi responsabili, hanno rilanciato con un piano aziendale che spostava a 3 anni la piena occupazione, anziché un percorso transitorio di un anno, in attesa del completamento dell’assetto societario con la partecipazione pubblica a maggioranza dello Stato. Un atteggiamento che si commenta da sé. Francamente ci saremmo aspettati più coerenza e coraggio da parte aziendale e dei suoi dirigenti, nel non tenere sotto scacco l’occupazione del siderurgico e nel considerare le relazioni sindacali un valore indispensabile per uscire dalla crisi piuttosto che bruciarle in un mancato accordo.

Per fare un po’ il punto ripercorriamo brevemente gli ultimi 20 anni della madre delle vertenze del nostro Paese.

L’attuale situazione dell’acciaieria più grande d’Europa affonda le radici molto lontano, dentro una serie di incapacità che nel corso dei decenni sono sfociate in un disequilibrio tra territorio, istituzioni, ambiente ancora oggi lungi dall’essere risolto. Il 2008, anno della grande crisi finanziaria, può essere indicato come l’anno zero della vicenda che ha portato all’attuale situazione. In quell’anno infatti l’Ilva per la prima volta ricorre in maniera massiccia alla cassa integrazione, ma è con il sequestro dell’area a caldo del 26 luglio del 2012 che l’acciaieria comincia ad non avere più pace, tra sequestri e stop continui, mentre montava sempre più l’atteggiamento di rifiuto da parte di settori della comunità locale per i danni ambientali. Questo fino al 6 settembre 2018, quando con la firma dell’accordo al Ministero dello Sviluppo Economico con l’allora ministro Di Maio, che cedeva l’ex Gruppo Ilva al colosso Arcelor Mittal, sembrava aprirsi uno spiraglio di soluzione, con un robusto piano di investimenti e ambientalizzazione da parte del grande Gruppo Indiano e – cosa per noi non secondaria – con zero esuberi. L’intesa ha avuto però vita breve perché appena qualche giorno dopo, il 14 settembre il Ministro Di Maio cambiò le clausole del contratto tra azienda e governo riaprendo nei fatti la partita che si concluderà, dopo diverse diatribe legali, con la formazione di una nuova società mista pubblico-privato Acciaierie ‘Italia che ancora deve trovare il suo assetto definitivo sul piano della partecipazione pubblica.

Tutto ciò aiuta a capire in sintesi l’intricata complicazione di questa vertenza fin dalla sua genesi, culminata ieri con l’all’assurda richiesta dell’azienda che, al raggiungimento di 6 milioni di tonnellate di acciaio prodotto, pretendeva di ridurre il personale di un terzo, mettendo così in discussione non solo i numeri stabiliti nel piano industriale del 2018, ma anche l’organico tecnologico degli impianti chiedendo, a fronte di una produzione piena (a regime 8 milioni di tonnellate), la riduzione degli operatori delle aree fusorie di circa mille unità. Una richiesta che la Fim ha ritenuto irricevibile, per non dire una provocazione.

Tra l’altro gli 8 milioni di tonnellate che l’azienda voleva raggiungere per riassorbire i cassintegrati sono un obiettivo realistico solo con la realizzazione del forno elettrico o la ripartenza di AFO5, attualmente fermo.

Oggi infatti si lavorano circa 3.5 milioni di tonnellate di acciaio a Taranto, destinate a salire a 5.5 milioni a fine anno con l’utilizzo dei forni AFO1, AFO2, AFO4; per noi ridurre gli organici dell’area a caldo con questi volumi produttivi, come richiesto dall’azienda, è improponibile sul piano industriale oltre che sociale. Resta poi aperto il problema dei lavoratori ILVA in Amministrazione Straordinaria a oggi tutelati esclusivamente dalla clausola di salvaguardia dell’accordo 06/09/2018, a cui il Governo deve dare risposte occupazionali certe che non arrivano. A tutto ciò si sommano le preoccupazioni legat all’ambientalizzazione e a una serie di problemi connessi con portualità di Taranto che dopo tanti anni non trovano ancora soluzione. Ecco perché ieri è stata l’ennesima occasione mancata per Acciaierie D’Italia e i suoi dirigenti per riannodare il filo delle relazioni industriali e con esse un percorso di rilancio.

La Fim Cisl, come è suo costume, ha tenuto la posizione assunta all’inizio del percorso, dichiarando che le condizioni per noi imprescindibili erano: la garanzia che non ci fossero esuberi strutturali e che al termine della procedura il personale sarebbe stato riassorbito completamente; transitorietà dell’accordo per un anno; diminuzione del personale in CIGS proporzionale con l’aumento della produzione; integrazione del reddito dei dipendenti in CIGS; verifiche periodiche dell’accordo; rotazione dei lavoratori. Sono i punti sui quali ragionevolmente volevamo discutere per raggiungere un’intesa. Così non è stato. Ancora una volta faranno le spese di questa situazione i lavoratori di Taranto e del Gruppo che da anni subiscono gli ammortizzatori e vedono i loro salari ridursi mentre si assiste a una ripresa dell’inflazione come non vedevamo da anni. Serve che il Governo si faccia seriamente carico di questa vertenza, specie se ha deciso di investire soldi pubblici nell’assetto societario e nel risanamento ambientale; la crisi ci sta mostrando come la produzione di acciaio primario per un paese trasformatore come l’Italia è strategico per la sua intera economia e non può essere lasciato in balia di chi in una fase come questa limita le capacità produttive e l’occupazione.

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