Energia

Next Generation Eu, ecco come spendere bene i fondi

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Commissione Ue

Tre criteri utili per non dissipare le risorse del Recovery Fund. L’analisi dell’economista Alberto Clò, direttore della rivista Energia

Con la tribolata decisione del 21 luglio, l’Unione per la prima volta sottoscrive debito europeo mettendo a disposizione dei 27 paesi membri 2.364 miliardi di euro: 1.074 miliardi tratte dal bilancio comunitario 2021-2017, 750 miliardi come Recovery Fund, poi denominato Next Generation EU (NGEU) (390 come sussidi e 360 come prestiti), 540 a valere su altri strumenti (MES, BEI, Sure).

All’Italia ne spetteranno 209 miliardi (82 sussidi, 127 prestiti). Mentre la maggior parte delle risorse dovrà essere destinata alla ripresa economica, il 30% del bilancio comunitario e NGUE, per 547,2 miliardi euro, dovrà essere destinato alla realizzazione di investimenti verdi.

Molti o pochi? Molti rispetto al niente del passato; niente rispetto al fabbisogno futuro. Gli ecologisti già ne denunciano l’insufficienza, con un possibile gap di 1.600 miliardi di euro.

Attorno alle risorse rese disponibili e al loro intreccio con il Green Deal si stanno alimentando molte speranze. Prima che si traducano in effettivi investimenti green, necessiteranno tuttavia tempi lunghi. Le decisioni del Consiglio dovranno infatti essere ratificate dal Parlamento europeo, che ha già espresso forti dissensi, ed essere infine approvati dai Parlamenti nazionali.

L’effettiva erogazione dei fondi – spalmata nell’arco dei sei anni della legislatura europea – avverrà dopo la presentazione dei piani nazionali da parte degli Stati membri che la Commissione dovrà esaminare ed approvare, sotto lo sguardo feroce dei paesi ‘frugali’.

I fondi, in sostanza, sono gravati da strette condizionalità, di cui non sembra tenersi conto, rispetto ad altri possibili fondi. I tempi per poterne disporre sono poi molto lunghi ed incerti, mentre l’orizzonte del 2030 è ormai prossimo considerando i tempi degli investimenti.

Non ci si illuda comunque che i soldi siano tutto. L’importante è il modo in cui saranno spesi, soprattutto, ma non solo, per presentarci credibili all’esame degli organismi europei, ed i criteri che si seguiranno. Tre in particolare.

Primo: concentrare gli interventi, all’interno di una strategia globale, verso alcune prioritarie opzioni tecnologiche, coagulando attorno ad esse le eccellenze scientifiche e industriali del Paese, così da offrire opportunità di riconversione e di crescita alla nostra industria.

Secondo, speculare al punto precedente, non dare soldi a pioggia in interventi di scarsa se non negativa efficacia (come incentivare monopattini).

Terzo: perseguire un’ampia cooperazione internazionale sui progetti più qualificanti, che consenta all’Europa di acquisire una propria autonomia, superando l’attuale sudditanza estera, specie verso la Cina. Politiche unilaterali salvano la coscienza ambientale ma a poco o nulla valgono.

Guardando in casa nostra determinante saranno le procedure e l’azione dell’organismo tecnico cui sarà demandato il compito di vagliare i progetti qualificabili come green, al di là della tassonomia europea. Sulla base, si spera, di processi decisionali veloci ma fondati su approfondite istruttorie, evitando interventi di breve respiro ma premianti quanto a consenso elettorale. Di risorse in passato ne abbiamo gettate già troppe per permetterci altre dissennatezze.

(Estratto di un articolo pubblicato su Rivista Energia; qui la versione integrale)

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