Energia

Libia, chi ha vinto e chi ha perso (e cosa cambia per l’Italia e l’Eni)

di

Silvia Romano

La vittoria di Sarraj è anche una vittoria della Turchia in Libia. Segna anche una sconfitta dell’Egitto e dei paesi del Golfo che sostengono la Lna di Haftar. L’Eni è una realtà troppo radicata e apprezzata in Libia per poter essere emarginata. L’analisi di Carlo Jean

 

La conquista di Tarhuna (località 100 km a Sud di Tripoli) e di Sirte sulla costa a Ovest di Misurata da parte delle milizie che sostengono il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Sarraj e il ritiro, praticamente senza combattere, del variegato Esercito Nazionale Libico (LNA) del maresciallo Haftar, segnano una svolta del conflitto in Libia.

Sarraj, che aveva lottato un anno per la sopravvivenza del GNA, appare essere il vincitore. Da una settimana ha ripreso i negoziati di pace sponsorizzati dall’Onu, ma ha dichiarato che continuerà a combattere fino alla completa sconfitta di Haftar e alla riunificazione del paese.

La vittoria di Sarraj è anche una vittoria della Turchia. Segna anche una sconfitta dell’Egitto e dei paesi del Golfo che sostengono la LNA.

Quasi certamente non è una sconfitta della Russia, che ha sostenuto Haftar, ma che agisce in stretta cooperazione con la Turchia.

La situazione potrebbe rovesciarsi, rapidamente, come è già avvenuto da metà maggio. Allora Haftar appariva essere il vincitore, sebbene non disponesse degli effettivi necessari per conquistare Tripoli e per muovere da Sirte a Misurata.

Il conflitto sta divenendo sempre più una guerra per procura, di cui Mosca e Ankara tengono saldamente le fila. Quanto avverrà – cioè una sua escalation fino alla vittoria finale di uno dei due contendenti, oppure una de-escalation che si concluderebbe con un accordo di spartizione della Libia, oppure infine con la continuazione di una situazione di stallo e di conflitto a bassa intensità – dipende dalle decisioni di Putin e di Erdogan. Esse saranno influenzate dal rispettivo raggiungimento degli obiettivi che si erano proposti decidendo d’intervenire in Libia. Quanto decideranno gli altri attori, dalle milizie locali alle potenze regionali, ha importanza marginale.

L’Europa, che Ursula von der Leyen vorrebbe “geopolitica”, è ormai del tutto marginalizzata. L’Operazione “Irini” (in greco, “pace”) volta a far rispettare l’embargo sulle armi è una barzelletta.

Dopo le dimissioni di Ghassan Salamé, anche l’Onu non conta più nulla. Gli Usa sembrano del tutto disinteressati, malgrado che l’Africom abbia espresso preoccupazioni per lo schieramento in Libia di 14 caccia russi, verosimilmente impiegati per proteggere il ripiegamento dei 1.400-2.000 mercenari russi del Gruppo Wagner, inviati a sostenere Haftar.

Può darsi che Mosca abbia perso fiducia nell’inconcludente maresciallo, che cerchi di sostituirlo con altro esponente politico della HoR di Tobruk (Agulia Saleh, recentemente incontratosi con Lavrov) e di concordare con la Turchia un accordo che salvaguardi l’essenza dei suoi interessi.

Tra la Russia e la Turchia esistono già accordi. A gennaio fu fatto un tentativo di pace. I drones armati turchi, forniti a Sarraj, non attaccano i mercenari russi.

Le diplomazie dei due paesi sono in riunione pressoché permanente. Molti sono gli interessi comuni.

Il principale è quello del Bacino Levantino e della comune opposizione al gasdotto Eastmed. Né Putin né Erdogan possono permettersi una guerra prolungata. Entrambi, dopo aver messo fuori gioco in Libia l’Italia e la Francia, vorrebbero la fine degli scontri.

La Libia ha sufficienti risorse per accontentare tutti e due. Una soluzione politica garantirebbe l’accesso privilegiato alle risorse petrolifere e gasiere libiche e alle decine di miliardi di dollari della ricostruzione del paese.

Politicamente affermerebbe il loro ruolo nel Mediterraneo e la loro capacità di essere arbitri e mediatori.

In particolare, per la Turchia è essenziale che venga comunque – cioè anche in caso di divisione del paese – garantito il rispetto dell’accordo fatto con il GNA sulle Zone Economiche Esclusive del Bacino Levantino a Sud di Cipro, avversato dall’Ue, dall’Egitto, dalla Grecia e da Israele. Mosca l’appoggia completamente per non perdere il pratico monopolio delle sue forniture di gas all’UE nel “corridoio meridionale”.

Una sconfitta non completa di Haftar aumenta la possibilità di una soluzione imposta da Mosca e da Ankara. La fine del conflitto non è però così semplice.

Non tanto per la pretesa di Sarraj di non scendere a patti con i “golpisti” e i “traditori”, quanto perché nessuno possiede la forza necessaria per disarmare le milizie e controllare l’immenso territorio. Non è detto che non si scateni una lotta interna per il potere sia nel GNA sia nella LNA. Forse la soluzione più facile consiste nella divisione del paese tra la Tripolitania e la Cirenaica, ciascuna con una parte del Fezzan, con i suoi ricchi giacimenti petroliferi.

Tale soluzione, se concordata e protetta da Mosca e Ankara, metterebbe del tutto fuori dal gioco politico libico l’Italia. La politica di “equidistanza” seguita dal nostro Paese fra Sarraj e Haftar si rivelerà per quello che in realtà è: una “non-politica”, che ci ha fatto perdere la “quarta sponda”.

L’Italia finirà comunque per “abbozzare”. Verosimilmente affermerà, nel sarcasmo generale, che Mosca e Ankara hanno “copiato” la sua idea di “soluzione politica”.

Gli attuali interessi petroliferi e gasieri italiani sarebbero solo marginalmente colpiti. Potrebbero esserlo maggiormente quelli futuri.

L’Eni è una realtà troppo radicata e apprezzata in Libia per poter essere emarginata. Per giungere al mercato europeo il gas libico deve passare per il Green Stream.

Certamente, le nostre imprese costruttrici sarebbero penalizzate nei ricchi contratti di ricostruzione del paese.

Quale che sia la soluzione della crisi libica, essa avrà infine poca incidenza sul flusso degli immigrati e sulla lotta al terrorismo.

Forse, mettendo da parte i “sacri principi”, dovremmo concludere con Tripoli un accordo simile a quello fatto da Malta per i migranti, che tanto ci ha preso di sorpresa e spiazzato.

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