Energia

L’Emilia Romagna va a scuola di idrogeno a Bolzano

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Il post di Mattia Santori sulla visita di un drappello di emilian-romagnoli presso il Centro Idrogeno di Bolzano (IIT), l’unico in Italia che produce, stocca e distribuisce idrogeno. Obiettivo? Prendere spunto per realizzare la prima stazione di rifornimento di idrogeno in Emilia Romagna

Il ritrovo dice “sede della Confesercenti, Modena”, ma basta guardarsi intorno per notare, tra gli altri, il Museo Enzo Ferrari, la sede della Maserati, via Fratelli Lamborghini, … Insomma, l’inusuale gita di una trentina di emiliani alla volta del “tempio dell’idrogeno e della mobilità sostenibile” parte proprio da quella che viene considerata la patria del motore termico. Sottile sarcasmo? O forse un simbolismo cercato e voluto? Non è chiaro. Ma quel che è dato sapere è la serietà con cui sta procedendo il gruppo che sta lavorando a un masterplan per lo sviluppo dell’idrogeno in Emilia Romagna. Ricercatori dell’Università, amministratori locali, associazioni di categoria, piccoli e medi imprenditori, enti pubblici, studenti. Nonostante la compagine non potesse essere più variegata, vi è un punto in comune: la convinzione che presto o tardi bisognerà arrivare a una mobilità più sostenibile, anzi, a zero emissioni, che è tutta un’altra storia. E a giudicare da quel che sta accadendo negli ultimi mesi, il gruppo non intende perdere tempo.

L’iniziativa parte dal sogno di Giulio Raimondi, che lavora nel mondo dei brevetti e dell’innovazione, e di Fabrizio Nardini, assessore di Spilamberto (Modena), e si concretizza in un convegno che si svolge a Spilamberto lo scorso 29 novembre 2018. L’evento è l’occasione giusta per riflettere sulla mobilità del bacino padano e per far venire allo scoperto tutti gli attori locali interessati a sviluppare una filiera dell’idrogeno locale. “Stanati” i potenziali interessati del territorio si passa all’azione, con un secondo incontro operativo presso la Confesercenti di Modena e infine con la visita di martedì all’unico polo di produzione, stoccaggio e distribuzione presente sul territorio italiano ed accessibile al pubblico.

Ad accoglierli, nella tarda mattinata, ci sono Fabio Da Col e Walter Huber, l’ideatore dell’Istituto per Innovazioni Tecnologiche di Bolzano (IIT), un ente senza scopo di lucro con partecipazione sia pubblica che privata che dal 2006 promuove lo sviluppo della tecnologia dell’idrogeno in Alto Adige e lungo l’asse del Brennero. L’idea di fondo è che per promuovere una transizione servano più i fatti che le parole. Ed è per questo che, grazie ad una partnership tra l’Autostrada del Brennero, l’IIT e la Provincia autonoma di Bolzano, viene realizzato un sistema locale “chiuso” basato sull’idrogeno verde, che possa fungere da dimostratore per l’Italia e il mondo intero. Huber non nasconde gli ostacoli attraversati, specie nel smuovere le coscienze dei decisori pubblici, ma è con orgoglio che mostra dal vivo i risultati delle fatiche di questi 12 anni. “Noi montanari abbiamo la testa dura”, dice, e a guardarsi intorno nessuno oserebbe contraddirlo:

Con una produzione di 400 kg di idrogeno al giorno, una flotta di 5 autobus di linea a idrogeno in servizio tutti i giorni da 6 anni e 10 automobili a disposizione delle piccole e medie imprese locali, l’IIT dimostra, senza troppi giri di parole, come su scala locale sia possibile favorire una graduale transizione della mobilità.

Graduale ma non lenta, e soprattutto inarrestabile, perché per essere credibile una rivoluzione non può permettersi di sedersi sugli allori. Ed è per questa ragione che ad oggi stanno per essere ordinati 12 nuovi autobus, 5 nuove stazioni di rifornimento sono previste sul territorio della Provincia entro il 2021, e i veicoli in dotazione sono previsti crescere fino a oltre 40 mezzi. Si sta inoltre pensando di aggiungere alla flotta attuale anche mezzi pesanti come camion per la raccolta dei rifiuti, e di favorire le applicazioni dell’idrogeno anche a livello industriale, coinvolgendo le PMI altoatesine. Nel frattempo, l’IIT di Bolzano è stato recentemente indicato dal Ministero dello Sviluppo Economico come rappresentante internazionale dell’idrogeno per l’Italia ed ha collaborato alla stesura del Piano Nazionale per la Mobilità a Idrogeno e delle norme che oggi regolamentano la realizzazione di nuove stazioni di servizio.

Gli ospiti emiliani osservano, ascoltano e prendono appunti, soprattutto quando assistono in diretta al rifornimento di un autobus da parte dell’autista che ha appena finito il servizio. Dieci minuti e il pieno è fatto, completamente in self-service. Costa come un pieno di diesel ma inquina zero. Non poco, zero. L’idrogeno è infatti prodotto in loco con una semplice ricetta: acqua + elettricità. Se all’H2O togli la “O” ti rimane l’H2, l’idrogeno, appunto. Per togliere quella “O” serve elettricità, e se, come nel caso dell’IIT, questa proviene da una centrale idroelettrica allora ci troviamo nel campo dei cosiddetti veicoli “zero-emission”. Alla flotta del Centro si aggiunge qualche proprietario di auto ad idrogeno di passaggio, che ricarica in 3 minuti, paga e riparte. Figure rare, almeno in Italia. Gente che spende oggi 70.000 euro per un’auto sapendo che grazie al suo acquisto lo stesso mezzo tra dieci anni potrebbe costare un decimo. Ma rimane l’annoso quesito. È nato prima l’uovo o la gallina? “Investiamo sui distributori o aspettiamo che ci sia una domanda?” si chiedono i benzinai emiliani della FAIB, che giustamente devono far quadrare i conti a fine anno. Peccato però che per la rivoluzione in questione lo sviluppo di una rete di distribuzione è una condizione di partenza imprescindibile. Non a caso proprio l’A22, che ha sempre creduto e investito in infrastrutture sostenibili, sta pianificando la realizzazione di stazioni con carburanti alternativi (idrogeno, LNG, batterie) ogni 100 km lungo la tratta del Brennero. Da Bolzano, a Modena. E guarda caso la comitiva di oggi viene proprio dalla provincia di Modena, segno che parlare e conoscersi è sempre il miglior modo per scoprire di essere utili a vicenda. E non sia mai che gli emiliani non abbiano voglia di portare avanti quel lavoro cominciato dai montanari testoni. Ma, come sempre, servono soldi. E bisogna bussare alle porte degli imprenditori, della Regione e dell’Unione europea. Porte non sempre facili da aprire. Ma a testardaggine, giurano, sono messi bene anche in Pianura.

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