Energia

L’Eldorado dello shale argentino è al sicuro dai cambiamenti politici?

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L’approfondimento di Alessandro Sperandio

 

Malgrado la situazione politica instabile in Argentina, con la sconfitta alle primarie del presidente in carica Mauricio Macri, il paese sta conoscendo un’impennata della produzione shale oil che dovrebbe raddoppiare la produzione del paese sudamericano entro il 2023 a 1 milione di barili di petrolio al giorno. Ma la vera domanda, alla vigilia di un possibile cambio ai vertici del paese, è se il futuro di Vaca Muerta e dello shale è ora in discussione.

VACA MUERTA UNO DEI POCHI PUNTI DI FORZA ARGENTINI DELL’ULTIMO PERIODO

Secondo OilPrice.com “il mercato azionario di Buenos Aires ha visto un calo del 48% in un solo giorno il 12 agosto. Il peso argentino è sceso del 15 per cento” e Macri che ha ereditato il paese con un debito pubblico totale pari al 48% del PIL “molto probabilmente lo lascerà all’83%” con una disoccupazione che ha superato “la soglia psicologica del 10% questa primavera”. In questo quadro la produzione di Vaca Muerta, il secondo boom di shale più promettente al mondo, “è stato uno dei pochi punti di forza della recente performance argentina. L’Argentina ha effettuato la sua prima esportazione di Gnl in assoluto a giugno, inviando 0,0135 tonnellate di gas liquefatto da Bahia Blanca FLNG al Brasile – scrive Oilprice.com -. In un contesto di produzione convenzionale in continua diminuzione, l’Argentina ha aumentato le sue esportazioni di greggio a 76 mila barili giornalieri, circa tre volte il livello del 2017” con un export che “nonostante i costi superiori del 20% rispetto a quelli degli Stati Uniti e la tassa all’esportazione del 5% applicata su raccomandazione del FMI” dovrebbe proseguire.

SEGMENTO DOWNSTREAM ARGENTINO PRESSOCHÉ SATURO POTREBBE FAVORIRE L’EXPORT

Il segmento downstream dell’Argentina è però “in gran parte saturo ed è improbabile che registri una crescita sostanziale nei prossimi anni (infatti, tra il 2017 e il 2019, sia l’effettivo funzionamento delle raffinerie che i tassi di utilizzo della capacità produttiva sono calati in tutto il paese). Se il malessere economico dovesse persistere, questo potrebbe liberare più greggio di quanto inizialmente previsto per l’export”, osserva oilprice.com.

SUGLI SCUDI ANCHE LA PRODUZIONE DI SHALE GAS

“Come per il greggio, anche la produzione di shale gas dalle massicce riserve stimate in 308 TCf di Vaca Muerta è riuscita a ribaltare un calo della produzione apparentemente in fase terminale nel paese. Con solo il 4% della superficie totale di Vaca Muerta in fase di sviluppo, già il 23% della produzione di gas argentino proviene dallo shale. ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, BP, Shell, Total, Petronas, Wintershall stanno portando avanti contemporaneamente i loro progetti”, sottolinea OilPrice.com.

FERNÁNDEZ DOVREBBE MANTENERE INALTERATA LA POLICY SUL PETROLIO E GAS

“Di fronte alla mancanza di informazioni sulla politica del petrolio e del gas di Alberto Fernández, è comprensibile la trepidazione delle grandi compagnie petrolifere che hanno investito miliardi in Vaca Muerta. Eppure c’è motivo di credere che, nel caso di una vittoria, Fernandez, si asterrà da un percorso conflittuale e cercherà principalmente di placare i mercati”. Ciò per varie ragioni secondo Oilprice: “Deve evitare di essere inadempiente sul debito argentino”, “YPF è troppo dipendente tecnologicamente e finanziariamente dalle major occidentali”, “petrolio e gas rappresentano l’ancora di salvezza più sicura” tra i vari settori economici.

Se Alberto Fernández dovesse diventare presidente a fine ottobre, “la sua politica sarà plasmata non poco dalla sua vicinanza con gli Stati Uniti. Per esempio, i feroci membri della base peronista potrebbero opporsi alla costruzione di una base militare statunitense a Neuquén vicino a Vaca Muerta, ma il nuovo presidente dovrebbe essere attento agli interessi americani, dato che la maggior parte degli investimenti in petrolio e gas proviene dalle grandi compagnie petrolifere statunitensi. È interessante notare che questa configurazione è stata negoziata non ai tempi di Macri, ma ancora sotto Kirchner (Fernández è stata brevemente il suo capo di gabinetto fino a quando non ha smesso di essere in disaccordo sulle sue politiche). Tutte le major americane sono entrate nel mercato argentino dopo la rinazionalizzazione di YPF da parte di Repsol nel 2012,e Chevron è stata una delle prime major a guardare a Vaca Muerta in un momento di grande diffidenza verso l’Argentina”.

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