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La lezione della Lituania (e non solo) sull’indipendenza energetica e la corsa all’Artico

Assicurazione

Attorno al Mar Baltico cresce una comunità di Stati che ha puntato su innovazione e indipendenza energetica. Una rete di connessioni lega i destini dei tanti Paesi rivieraschi, mentre la nuova Guerra fredda riaccende la competizione nell’Artico. L’articolo di Marco Dell’Aguzzo dall’ultimo numero del quadrimestrale di Start Magazine

 

“Indipendenza” è diventata la parola d’ordine di un’Europa che, solo dopo l’invasione dell’Ucraina di febbraio scorso, si è scoperta eccessivamente legata alla Russia per l’energia che riscalda le case e fa accendere gli impianti delle fabbriche. “Indipendenza” è anche il nome di una nave che già nel 2014 – otto anni prima della guerra, delle sanzioni e del gas a oltre 300 euro al megawattora – entrava in servizio nelle acque del mar Baltico con una funzione precisa: eliminare la dipendenza della Lituania dal combustibile di Gazprom.

Independence non è una nave qualsiasi. È una FSRU, sigla che sta per Unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione: in parole semplici, è un’imbarcazione che permette di riportare allo stato gassoso il gas liquefatto (GNL) trasportato dalle metaniere. Independence, 4 miliardi di metri cubi all’anno di capacità, doveva essere l’assicurazione sulla sicurezza energetica della Lituania, cioè l’infrastruttura che avrebbe garantito al paese termosifoni bollenti e luci accese in caso di deterioramento delle relazioni con la Russia. Vilnius aveva già fatto esperienza della weaponization dell’energia – ossia del suo utilizzo come strumento di pressione politica – da parte di Mosca quando nel 1992 Boris Yeltsin sospese le forniture di petrolio. Anni dopo i lituani avrebbero accusato Gazprom, società sotto il controllo del governo russo, di abusare del suo monopolio gonfiando i prezzi di vendita del gas. Persero la causa di risarcimento, ma non la volontà di togliere alla Russia quell’arma.

LA VIA LITUANA ALL’INDIPENDENZA ENERGETICA

La FSRU Independence ha effettivamente raggiunto il suo scopo, e la Lituania non acquista più gas russo per il consumo domestico. L’indipendenza è però più semplice per un paese piccolo che consuma appena 2-3 miliardi di metri cubi di gas all’anno (la Germania circa 90 miliardi, per fare un paragone; l’Italia 70). Ciononostante, Vilnius pensa che il suo approccio possa venire replicato con successo da tutta l’Unione: “Se possiamo farlo noi, può farlo anche il resto dell’Europa!”, ha twittato il presidente Gitanas Nauseda. Non è semplice, ma la formula lituana GNL + FSRU è stata adottata da molti dei principali governi europei per accelerare il distacco dalla Russia. Le navi rigassificatrici hanno bisogno di relativamente poco tempo per venire costruite e rese operative (da uno a tre anni, in media) e necessitano di meno permessi rispetto agli impianti sulla terraferma. Consentono inoltre all’acquirente di liberarsi dal vincolo del gasdotto e di accedere al mercato globale del GNL, dove potrà scegliere il fornitore che reputa migliore e non quello impostogli dalla geografia. La Lituania ha selezionato la Norvegia, gli Stati Uniti e il Qatar; gli altri membri dell’Unione faranno più o meno lo stesso.

Nel 2021 i tre paesi baltici ricevevano appena 2,5 miliardi di piedi cubi di gas dalla Russia; cinque anni prima ne importavano intorno ai 6. Nikos Tsafos, consulente energetico del primo ministro greco e già analista del CSIS, si è chiesto se dal percorso seguito dalla regione si potessero trarre delle lezioni valide per il resto del continente. È arrivato alla conclusione che l’utilizzo del GNL era stato sì fondamentale per l’indipendenza da Mosca, ma ugualmente decisiva era stata la più generale riduzione dei consumi di gas. E che la FSRU Independence non è l’unica infrastruttura chiave per il Baltico: c’è pure il sito di stoccaggio di Incukalns, in Lettonia.

LA RAGNATELA DELLE CONNESSIONI

Altrettanto cruciali, poi, sono le connessioni. A maggio è stato inaugurato il GIPL, l’interconnettore Polonia-Lituania, realizzato grazie anche a 266 milioni di fondi europei. Metterà in comunicazione i terminali di Klaipeda e di Swinoujscie: la capacità di trasporto da Lituania alla Polonia sarà di 1,9 miliardi di metri cubi all’anno, e di 2 miliardi in direzione contraria.

Oltre al gas c’è l’elettricità. A giugno l’agenzia Reuters ha scritto che i gestori europei sono pronti ad attuare subito il piano per portare Estonia, Lettonia e Lituania dentro al sistema di trasmissione dell’Unione. In teoria i Paesi baltici dovrebbero scollegarsi dalla rete russa nel 2025, dopo aver ultimato l’aggiornamento infrastrutturale (un investimento sostenuto da Bruxelles con 1,6 miliardi di euro): sia il sistema di trasmissione europeo che quello russo operano a una frequenza di 50 hertz, ma mentre il sistema russo è gestito da Mosca, quello europeo è decentralizzato e ognuno è responsabile della stabilità della sua rete. A luglio Litgrid, la società che gestisce la rete lituana di trasmissione dell’energia elettrica, ha fatto sapere che i paesi baltici sono in grado di sincronizzarsi al sistema europeo nel giro di ventiquattro ore, qualora Mosca dovesse scollegarli dal proprio. A fine giugno gli operatori di Estonia e Finlandia si sono accordati sul lancio di un terzo cavo elettrico sottomarino tra i due paesi: si stima verrà completato nel 2035, con una capacità di 700-1000 megawatt (quella dei due cavi già esistenti, combinata, arriva a 1000 MW).

HUB DELL’ENERGIA VERDE IN DANIMARCA

La crisi dei prezzi e delle forniture del gas ha acceso l’interesse dei governi dell’Europa centrale per il Baltico. Quello di Olaf Scholz, in Germania, pensa di poter ricevere GNL al porto di Lubmin, nella baia di Greifswald, nel giro di qualche mese. La compagnia petrolifera statale polacca PGNiG vuole invece sfruttare il nuovo gasdotto Baltic Pipe – operativo da ottobre – per importare più combustibile dalla Norvegia. Già l’anno scorso la Polonia e la Lituania avevano testato l’aggiornamento del LitPol Link per l’unione delle rispettive reti elettriche. La Danimarca ha in programma un hub dell’energia verde sull’isola di Bornholm, che farà da raccordo tra i parchi eolici nel mar Baltico (3 gigawatt di capacità, quanto basta per alimentare quattro milioni e mezzo di case) e la Germania, attraverso un cavo elettrico da 470 chilometri.

LABORATORIO DI INNOVAZIONE

L’invasione russa dell’Ucraina ha aumentato le preoccupazioni di sicurezza dell’area baltica, in cambio però di una maggiore rilevanza politico-energetica e forse di nuove opportunità economiche per alcuni settori innovativi. Paysera, una startup lituana di tecnofinanza (fintech) fondata nel 2004, nel 2021 ha gestito transazioni di clienti al dettaglio per 6,5 miliardi di euro. Possiede circa 60mila utenti in Ucraina e molti se ne stanno aggiungendo, scriveva Bloomberg, perché interessati a trasferire fondi in euro e ad aprire conti nel territorio dell’Unione. Per le aziende finanziarie attive in Russia come Wise – britannica ma fondata da due estoni – la situazione è invece meno buona, avendo dovuto sospendere i servizi nel paese.

IL GRANDE GIOCO DELL’ARTICO

L’aggressività di Mosca ha poi fatto crollare le speranze di chi vedeva nell’Artico un luogo di cooperazione tra i governi. Al contrario, le tensioni nate al di fuori della regione vi si trasferiranno e il Grande nord diventerà – o meglio: è già così – l’ennesimo terreno di competizione tra le potenze. Lo scioglimento dei ghiacci sta creando nuove e lunghe frontiere marittime da proteggere. E le tecnologie ipersoniche impongono l’aggiornamento dei sistemi di difesa degli spazi aerei: i mari Bianco e di Barents sono il banco di prova per gli Zircon russi. Ma l’Artico offre anche occasioni economiche. Lì nell’estremo settentrione la distanza tra i continenti è infatti minore che a sud: un cavo Internet passante sotto le acque artiche garantirebbe dunque una maggiore velocità di trasporto dati e connessioni più performanti nel mondo. La posa e la manutenzione di un cavo nell’Artico è un’operazione difficile perché il ghiaccio complica i lavori, ma ci sono aziende che ci provano lo stesso. L’americana Far North Digital, ad esempio, sta collaborando con la svedese Cinia e con la giapponese Arteria Networks per un’infrastruttura da 14mila chilometri che unisca il Giappone all’Europa tramite il Passaggio a nord-ovest: i preparativi dovrebbero iniziare nel 2023, e il sistema dovrebbe entrare in servizio entro la fine del 2026.

 

È possibile scaricarne gratuitamente la versione digitale in pdf utilizzando questo link: https://www.startmag.it/wp-content/uploads/SM_16_web.pdf.

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