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Cosa (non) dice Kerry alla Cina sul clima

Kerry

L’inviato speciale degli Stati Uniti, John Kerry, ha detto alla Cina che il clima non è una questione ideologica né un’arma geostrategica. Ma non è così. Ecco perché

L’inviato speciale per il clima degli Stati Uniti, John Kerry, è stato in visita in Cina, nella città di Tianjin, dove si è riunito con il suo omologo Xie Zhenhua. Non è il primo incontro tra Kerry e Xie, a riprova del fatto che Washington e Pechino, nonostante la profonda rivalità e il deterioramento della relazione bilaterale, continuano quantomeno a parlarsi.

GLI IMPEGNI CLIMATICI DI STATI UNITI E CINA

Cina e America sono, nell’ordine, i due maggiori emettitori di anidride carbonica al mondo: la partecipazione di entrambe all’azione per il clima è assolutamente necessaria, altrimenti non si riuscirà a contenere il riscaldamento globale e a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici.

I due paesi si sono entrambi impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas serra, attraverso percorsi e tempi diversi ma che puntano entrambi allo “zero netto”, o neutralità carbonica. Gli Stati Uniti vogliono raggiungerla entro il 2050; la Cina entro il 2060.

Anche se l’obiettivo ultimo è lo stesso, non è affatto scontato che le due superpotenze possano collaborare concretamente per il raggiungimento.

COSA HA DETTO KERRY

I resoconti della visita dell’inviato americano a Tianjin raccontano che i funzionari cinesi hanno detto a Kerry che non è possibile separare la questione climatica dal quadro generale in cui si inseriscono i rapporti tra Washington e Pechino, che si scontrano praticamente su tutti i dossier.

Con un paragone retorico molto azzeccato, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto che gli Stati Uniti vedono il dialogo con la Cina sull’azione climatica come un’oasi. “Ma attorno all’oasi c’è il deserto, e l’oasi potrebbe essere desertificata molto presto”.

Kerry ha risposto che “il clima non è ideologico, non è di parte, e non è un’arma geostrategica”.

COSA C’ENTRA IL CLIMA CON LA GEOPOLITICA

In realtà, considerare il clima come una questione neutra, estranea alle classiche dinamiche di potere, è impossibile. Il clima è geopolitica, per due motivi.

Il primo è che la riduzione delle emissioni necessita di una rivoluzione industriale – la cosiddetta transizione energetica o ecologica -, che sta già portando a una competizione sulle nuove tecnologie (per l’idrogeno o la cattura del carbonio), le nuove materie prime (le terre rare o il litio) e i nuovi prodotti (le batterie o i veicoli elettrici).

Il secondo motivo, invece, è che la percentuale di taglio delle emissioni e i tempi di arrivo allo “zero netto” sono degli strumenti di pressione politica che tracciano una linea morale tra i governi al di sopra e quelli al di sotto di una certa quota o data.

E infatti Kerry è andato in Cina a dire al governo che, anche se si sta impegnando molto, può “fare di più” per ridurre le emissioni di gas serra; può alzare l’asticella dell’ambizione fino al massimo; può e deve rinunciare alle centrali a carbone. Generalmente Pechino ha sempre cura di sottolineare che partecipa all’azione climatica perché è nel suo interesse, non perché altri paesi le fanno pressioni.

COLLABORAZIONE DIFFICILE

Perché ci possa essere una vera cooperazione sul clima, America e Cina dovrebbero innanzitutto superare i rispettivi nazionalismi e l’astio generale che domina le relazioni bilaterali. E poi dovrebbero accettare di collaborare allo sviluppo di iniziative per la decarbonizzazione all’estero, che potrebbero però riguardare tecnologie strategiche che nessuno dei due – l’amministrazione Biden, ma già la precedente di Trump, è molto sensibile su questo aspetto – vuole mettere nelle mani dell’altro.

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