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La fine dello shale oil & gas made in Usa: i pionieri del fracking puntano all’estero

Dalla rivoluzione energetica al rallentamento della crescita: ecco come sta cambiando l'industria americana dello shale. L'approfondimento di Luca Longo

La rivoluzione dello shale e del fracking e che per più di un decennio ha trasformato gli Stati Uniti nel primo produttore mondiale di petrolio e gas — mostra segnali sempre più evidenti di rallentamento. In risposta, le grandi compagnie statunitensi che hanno guidato questa trasformazione stanno ora cercando opportunità fuori dai confini nazionali, guardando con crescente interesse a bacini energetici in America Latina, Medio Oriente e Australia.

Negli anni Duemila, le nuove tecnologie di trivellazione orizzontale e di fratturazione idraulica – messe a punto nel 1998 – hanno consentito di sfruttare vaste formazioni di rocce scistose prima considerate economicamente non redditizie. Il risultato fu uno spostamento profondo degli equilibri globali: gli Stati Uniti, da importatori netti, sono diventati nel giro di pochi anni esportatori netti di petrolio e gas naturale liquefatto, ridisegnando la geografia energetica mondiale.

Il plateau dello shale americano

Oggi, però, il quadro sta cambiando. Secondo operatori e analisti, i pozzi più produttivi del Permian Basin e di altri bacini chiave sono stati ampiamente perforati e l’industria energetica statunitense si trova davanti a una fase di plateau. La crescita della produzione domestica, un tempo esponenziale, sta rallentando, in parte perché i giacimenti più facili da sfruttare sono ormai in larga misura esauriti e in parte per la crescente disciplina finanziaria degli investitori, che richiedono rendimenti più stabili rispetto alle rapide espansioni di capacità del passato.

In questo contesto, le grandi compagnie — arricchite da anni di esperienza tecnologica avanzata nel fracking — stanno pianificando di trasferire competenze e capitale in mercati esteri dove i giacimenti non convenzionali sono meno sviluppati. Venezuela e Argentina, con le loro estese formazioni di shale come Vaca Muerta, rappresentano destinazioni naturali per queste strategie di espansione. Nel caso argentino, lo sviluppo dello shale oil ha già contribuito in modo significativo alla crescita delle esportazioni energetiche e alla diversificazione economica del paese.

Nuove frontiere e diversificazione del rischio

Questa tendenza segnala due dinamiche concomitanti. La prima è il riconoscimento da parte delle majors statunitensi che la frontiera dell’energia non convenzionale non si esaurisce negli Stati Uniti: risorse geologiche significative sono presenti in tutto il mondo e, in alcune regioni, possono offrire profili di redditività competitivi. La seconda è che le condizioni di mercato interne stanno cambiando: con prezzi del greggio spesso sotto pressione e margini più stretti, le società energetiche sono spinte a diversificare geograficamente i loro portafogli per sostenere la crescita.

L’espansione internazionale dello shale porta con sé implicazioni geopolitiche rilevanti. Storicamente, la crescita della produzione statunitense ha indebolito l’influenza di cartelli come l’OPEC e ha fornito agli USA un maggiore peso nelle dinamiche globali del petrolio e del gas. Una maggiore presenza delle compagnie americane nel Venezuela “liberato” dalla ingombrante presenza di Maduro, nell’Argentina del già accomodante Milei, e nel resto dell’America Latina – ma anche in Medio Oriente e in Australia – potrebbe ridefinire ulteriormente le alleanze strategiche esistenti, con potenziali impatti su prezzi, sicurezza energetica e competizione internazionale.

Le incognite ambientali e politiche

Allo stesso tempo, l’espansione internazionale del fracking non è priva di sfide. Le tecnologie di fratturazione idraulica sono oggetto di crescenti critiche per i loro impatti ambientali, dalla contaminazione delle falde acquifere all’emissione di gas serra aumentando la pressione per regolamentazioni più stringenti in molti paesi. Movimenti anti-fracking, particolarmente attivi in Europa e altrove, hanno già ottenuto divieti o restrizioni significative in alcune giurisdizioni, complicando il panorama per investimenti su vasta scala.

Quello che appare evidente è che la rivoluzione dello shale sta entrando in una nuova fase globale. Mentre il mercato interno statunitense si affievolisce, l’industria energetica guarda oltre, cercando territori che promettono grandi risorse, ma che richiedono anche investimenti consistenti, capacità tecnologiche avanzate e gestione delle tensioni socio-ambientali. Per non parlare delle problematiche politiche, che l’Amministrazione Trump provvede a risolvere con la forza.

Per l’Italia e l’Europa, questa evoluzione solleva interrogativi chiave: come conciliare la transizione energetica con un mercato dei combustibili fossili che diventa sempre più interconnesso? E quale ruolo possono giocare le tecnologie non convenzionali in una strategia energetica coerente con gli obiettivi climatici? Domande che richiederanno risposte urgenti nei prossimi anni.

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