Energia

Iran e Usa, che cosa succederebbe con la chiusura dello Stretto di Hormuz a petrolio e gas

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L’analisi di Nitesh Shah, director research, WisdomTree

Con l’Iran chiuso in un angolo e l’aumento della tensione fra il regime di Teheran e la Casa Bianca, si parla nuovamente di chiudere lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale da cui transita la maggior parte del petrolio mediorientale. Si tratta di un rischio geopolitico sottovalutato che potrebbe risultare però vantaggioso per una strategia di investimento long sul greggio Brent.

Benché l’Iran sia alle prese con le sanzioni Usa, lo scorso novembre sono state accordate esenzioni a molti Paesi consumatori di petrolio affinché continuassero ad acquistarlo dal regime di Teheran. Tali esenzioni sono scadute a maggio, con una perdita di quota di mercato per la Repubblica Islamica pari a 1,3 milioni di barili al giorno a livello di esportazioni di petrolio.

Ora l’Iran sta cercando di sfilarsi dall’accordo sul nucleare con l’Unione europea, poiché difficilmente potrà trarne vantaggio dopo il ritiro degli Usa avvenuto nel maggio scorso.

Lo Stretto di Hormuz è lo snodo più importante del mondo, essendo attraversato dal 30% del petrolio greggio e di altri derivati petroliferi scambiati via mare a livello globale. È anche la via per cui passano tutte le esportazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) provenienti dal Qatar, attualmente pari al 30% circa del commercio mondiale di Gnl.

L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che nel 2020 la produzione totale del cartello petrolifero dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) sarà pari a 29,8 milioni di barili al giorno, 18 milioni dei quali passeranno per Hormuz.

Al confronto, le cifre degli altri due snodi della penisola araba (Suez e Bab el-Mandeb) appaiono trascurabili. Anche se le Guerre del Golfo costituiscono dei punti di riferimento utili per gli shock petroliferi causati dal conflitto in Medio Oriente, altri periodi hanno avuto un impatto diverso sul prezzo del petrolio, così come testimoniano i dati storici.

Per esempio, il 1987-1988 è stato un biennio di grande tensione nel Golfo Persico, ma in quell’epoca non si è verificato un aumento dei prezzi. I ribassisti notano alcuni parallelismi rispetto agli anni 80: vengono in mente la domanda attuale di auto più ecologiche, la produzione petrolifera quotidiana dell’Arabia Saudita (quasi 10 milioni di barili) e l’esorbitante offerta statunitense di shale oil (petrolio di scisto), ma molti di questi aspetti sono discutibili se si pensa ai flussi in transito a Hormuz.

Per avere un’idea del contesto, si consideri che la produzione venezuelana è scesa da 2,4 milioni di barili al giorno nel 2016 agli 800 mila circa attuali, per un calo pari a 1,6 milioni di barili al giorno. La quantità di greggio e di prodotti equivalenti che attraversano Hormuz è circa 11 volte maggiore.

 

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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