Energia

Perché la Corte costituzionale ha incenerito il decreto Salva Ilva di Renzi, Guidi e Galletti

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taranto

Che cosa ha deciso la Consulta sul decreto Salva Ilva che fu firmato nel 2015 da Renzi, Guidi, Galletti e Orlando. L’articolo di Luigi Pereira per Start Magazine

Bomba giuridica sull’Ilva di Taranto. A sganciarla è la Corte Costituzionale. La Consulta a sorpresa ha infatti dichiarato incostituzionale il cosiddetto Decreto Salva-Ilva. Vediamo dettagli, approfondimenti e scenari sulla sentenza che ha avuto come relatrice la giudice Marta Cartabia, ritenuta vicina a Comunione e liberazione e considerata in ambienti politici alle componenti centriste e moderato. Nel mirino il decreto del governo firmato dall’ex premier Matteo Renzi e dagli allora ministri dello Sviluppo economico (Federica Guidi), Ambiente (Gianluca Galletti) e Giustizia (Andrea Orlando).

CHE COSA E’ SUCCESSO

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il decreto Salva Ilva del 2015 che autorizzò l’utilizzo dell’altoforno 2 del siderurgico tarantino, sequestrato a giugno dal gip Martino Rosati dopo la morte di Alessandro Morricella, ucciso poche settimane prima da un getto di ghisa mentre lavorava nell’impianto.

LA SENTENZA DELLA CONSULTA

E’ incostituzionale il decreto Ilva del 2015 che consentiva la prosecuzione dell’attività di impresa degli stabilimenti, in quanto di interesse strategico nazionale, nonostante il sequestro disposto dall’autorita’ giudiziaria per reati inerenti la sicurezza dei lavoratori. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 58 depositata oggi. La questione nasce dall’infortunio mortale di un lavoratore dell’Ilva esposto, senza adeguate protezioni, ad attivita’ pericolose nell’area di un altoforno dello stabilimento di Taranto.

L’INTERVENTO DEL GIP

l GIP di Taranto aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 del D.L. 4 luglio 2015, n. 92 (recante “Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l’esercizio dell’attività di impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”), in relazione agli artt. 2, 3, 4, 32 co. 1, 35 co. 1, 41 co. 2, 112 della Costituzione. La disposizione del decreto in questione è stata introdotta allo scopo di consentire la prosecuzione dell’attività produttiva di impianti di interesse strategico nazionale sottoposti a sequestro preventivo in relazione a reati contro la sicurezza sul lavoro, a condizione che l’azienda predisponga un piano di adeguamento degli impianti alla norma vigente. Evidente la finalità del governo di “sterilizzare” gli effetti del recente sequestro cui era stata sottoposta l’ILVA di Taranto in relazione ad un incidente mortale sul lavoro, spiegavano all’epoca gli esperti.

LA QUESTIONE ALTOFORNO

In sostanza l’altoforno era stato sequestrato dall’autorità giudiziaria ma, pochi giorni dopo, il legislatore aveva disposto la prosecuzione dell’attività di impresa, alla sola condizione che entro trenta giorni la parte privata colpita dal sequestro approntasse un piano di intervento contenente “misure e attività aggiuntive, anche di tipo provvisorio”, non meglio definite.

I PRINCIPI DELLA SENTENZA

La Corte costituzionale ha fatto applicazione degli stessi principi della sentenza n. 85 del 2013 in base ai quali il legislatore, pur in presenza di sequestri dell’autorità giudiziaria, può intervenire per consentire la prosecuzione dell’attività in stabilimenti di interesse strategico nazionale, ma a condizione che vengano tenute in adeguata considerazione, e tra loro bilanciate, sia le esigenze di tutela dell’ambiente, della salute e dell’incolumità dei lavoratori, sia le esigenze dell’iniziativa economica e della continuità occupazionale.

IL COMUNICATO DELLA CONSULTA

In quell’occasione, si legge in un comunicato della Consulta, “la Corte ritenne che tali principi fossero stati rispettati; in questo caso, invece, la Corte ha ritenuto che il legislatore abbia privilegiato unicamente le esigenze dell’iniziativa economica e sacrificato completamente la tutela addirittura della vita, oltre che dell’incolumità e della salute dei lavoratori”. Pertanto, “stavolta i giudici costituzionali hanno dichiarato illegittima la norma oggetto del giudizio, oltretutto introdotta e tenuta in vita con un’anomala procedura legislativa: la norma era stata infatti introdotta con un decreto-legge subito dopo il sequestro dell’impianto, poi era stata abrogata apparentemente con la legge di conversione di un altro decreto legge ma, simultaneamente, era stata trasposta in un altro articolo della stessa legge di conversione, con una clausola che manteneva per il passato gli effetti gia’ prodotti”.

GLI ASPETTI TECNICO-GIURIDICI

La sentenza depositata oggi (relatrice Marta Cartabia) dichiara illegittimi sia l’articolo 3 del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92 (Misure urgenti in materia di rifiuti e di autorizzazione integrata ambientale, nonché per l’esercizio dell’attività d’impresa di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale) sia gli articoli 1, comma 2, e 21-octies della legge 6 agosto 2015, n. 132 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 giugno 2015, n. 83, recante misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria).

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