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Come e perché l’Italia può diventare un hub europeo del gas

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L’Italia può diventare un polo energetico alternativo alla Russia: ecco come. L’articolo di Sergio Giraldo

La crisi ucraina sta cambiando molto velocemente il panorama geopolitico. La polarizzazione in corso sotto i nostri occhi sta trascinando un’Europa politicamente fragile e strategicamente debole, soprattutto sotto il profilo energetico. L’Unione europea cerca di correre ai ripari per uscire dalla propria dipendenza energetica dalla Russia, ma per una volta la debolezza europea può rivelarsi un’opportunità per l’Italia.

Il nostro paese gode di una posizione centrale nel Mediterraneo ed è connesso con tre importanti fonti di approvvigionamento di gas alternative alla Russia: Algeria, Libia e Azerbaijan. Per avere un raddoppio della capacità di trasporto del TAP, a 20 miliardi di metri cubi/anno, servono 4 anni. Nel breve termine, da un potenziamento delle centrali di compressione di questo gasdotto può arrivare 1 mld di mc/anno in più. Dall’Algeria nel 2021 l’Italia ha importato circa 20 mld mc, che possono arrivare a 30 già entro la fine di quest’anno. Secondo il ministro Cingolani è possibile sviluppare in tre anni due rigassificatori, peraltro già autorizzati, per una capacità di oltre 20 mld di mc/anno. Altri 15 mld mc di capacità sono possibili attraverso rigassificatori galleggianti. Sommati ai 15 mld mc di capacità esistente nei tre impianti già in esercizio, l’Italia avrebbe entro tre-quattro anni non meno di 50 miliardi di metri cubi di capacità di rigassificazione.

ENI ha poi molte concessioni in tutto il mondo. Oltre all’immenso giacimento egiziano di Zohr (850 miliardi di metri cubi di riserve) e quelli in Angola, Congo e Mozambico, c’è un altro quadrante ricchissimo di gas sotto il mare tra Cipro, Israele e Libano in cui ENI è attiva. Il progetto di gasdotto Eastmed punta a portare il gas da quel tratto di mare prima in Grecia e poi in Italia. È un progetto osteggiato dalla Turchia, ma sul quale un’intesa politica, date le mutate condizioni a contorno, a questo punto si deve e si può trovare.

Poi, naturalmente, c’è la Libia, un paese a cui l’Italia ha voltato le spalle ma che strategicamente è fondamentale per gli equilibri del Mediterraneo. La chance può essere importante, per l’Italia: diventare quell’hub europeo del gas che già nel settembre 2015 l’attuale amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi aveva delineato, come alternativa strategica all’importazione dalla Russia. In una intervista dello stesso anno, Carlo Malacarne, attuale presidente di SNAM allora amministratore delegato, così rispondeva a chi gli chiedeva se l’Italia avrebbe potuto essere danneggiata dal raddoppio del Nord Stream: “Potrebbe venir meno il ruolo dell’Italia come hub per il gas nel sud Europa, un ruolo per cui si è molto lavorato negli ultimi anni e che potrebbe portare benefici economici non indifferenti. Tra l’altro con costi per le infrastrutture minori, perché l’Italia ha già una rete attrezzata per il trasporto verso nord e va soltanto potenziata”.

Nel 2014-15, dopo l’occupazione russa della Crimea, l’Unione europea fu occupata per un po’ a parlare di diversificazione del rischio-paese. Ma in poco tempo fu chiaro che il raddoppio del gasdotto Nord Stream, fortemente voluto dalla Germania, avrebbe messo una pietra sopra l’hub italiano e rinsaldato il legame con la Russia. Infatti, Nord Stream 2 andò avanti e i progetti mediterranei dell’Italia finirono in soffitta.

Oggi però, per uno di quei misteriosi tornanti della storia, siamo di nuovo dove eravamo sette anni fa. La necessità di affrancarsi dal gas russo è ora molto più pressante e gli stessi Stati Uniti sono ben decisi ad allontanare nettamente l’Europa da ogni possibile influenza russa. Inoltre, i consumi di gas sono cresciuti rispetto ad allora e, nonostante il Green Deal, appare sempre più chiaro che il gas naturale ci accompagnerà ancora per diversi decenni.

Il ruolo che può giocare l’Italia è importante, sia dal punto di vista della diversificazione del rischio-paese che dal punto di vista della stabilizzazione politica del Mediterraneo e del Nord Africa. Occorre chiedersi se in Italia esistono la volontà e lo spessore politico necessario a percorrere una simile strada.

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