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Grafite

Perché la guerra sull’energia tra Cina e Occidente passa per la grafite

Cosa cambia dopo le restrizioni della Cina all'esportazione di grafite, un materiale cruciale per le batterie.

Il romanzo dei rapporti difficili tra la Cina e gli Stati Uniti si arricchisce di un nuovo capitolo. A sorpresa, il ministero del commercio cinese ha annunciato che applicherà alcune restrizioni alle esportazioni di grafite dal paese, materiale essenziale per le batterie delle auto elettriche. La motivazione che Pechino ha addotto è la “protezione della sicurezza nazionale”. In una nota, il ministero del commercio cinese scrive che il provvedimento “è utile a garantire la sicurezza e la stabilità della catena di approvvigionamento globale e della catena industriale, e ad una migliore salvaguardia della sicurezza e degli interessi nazionali”.

LA MOSSA DELLA CINA SULLA GRAFITE

Dal 1° dicembre la Cina imporrà agli esportatori di richiedere i permessi per esportare la grafite naturale (e prodotti derivati) e quella sintetica. Si tratta del materiale battery grade, cioè quello utilizzato per produrre le batterie montate sulle automobili elettriche. In pratica, il ministero del commercio impone alle aziende esportatrici di grafite e prodotti correlati di dotarsi di un permesso ad esportare sul modello di quanto già deciso ad agosto per le restrizioni all’export di gallio e germanio, altri due minerali critici per la transizione. Dopo l’applicazione delle limitazioni sui due metalli, l’export è crollato e il prezzo fuori dalla Cina è salito.

Una risposta molto chiara e rapida alle decisioni assunte dal presidente americano Joe Biden, che proprio pochi giorni fa ha bloccato l’export di microchip per l’intelligenza artificiale dagli USA verso la Cina. Il confronto è dunque a tutto campo e riguarda il predominio sulle tecnologie avanzate strategiche.

La Cina è il maggior produttore ed esportatore di grafite. Produce il 65% della grafite mondiale ed ha una quota di mercato del 90% nella raffinazione del materiale. In pratica, è monopolista. La ritorsione del governo cinese nei confronti degli Stati Uniti è palese e, nel quadro delle tensioni geopolitiche in atto, rappresenta una nuova, importante turbativa nella transizione ecologica e mostra tutti i rischi legati alla posizione di quasi monopolista della Cina su gran parte della filiera dell’elettrificazione dei consumi energetici.

COLPIRE GLI USA E L’EUROPA

La mossa di Pechino non è diretta solo verso gli USA, naturalmente, ma vale anche nei confronti dell’Europa. L’Unione europea ha infatti avviato una indagine sulle auto elettriche cinesi per valutare se queste godano di indebiti sussidi di stato, con l’idea poi di applicare dazi o sanzioni alla Cina, in coordinamento con gli Stati uniti. Identica indagine è in preparazione a Bruxelles sulla filiera dei materiali per gli impianti eolici.

Il controllo dell’offerta dei materiali critici da parte cinese rappresenta uno dei maggiori problemi per la transizione ecologica occidentale. Pechino non intende rinunciare alla sua posizione di preminenza nella manifattura mondiale e reagisce alle restrizioni occidentali in altri settori colpo su colpo.

È sempre più evidente che se l’Occidente vuole proseguire sulla strada della transizione ecologica dovrà scendere a patti con la Cina, oppure provvedere da sé. Su quanto questo sia possibile, però, c’è grande scetticismo. In presenza di obblighi legali ad eliminare i combustibili fossili, l’effetto immediato di una restrizione dell’offerta di minerali critici come la grafite è un’impennata dei prezzi, per cui nell’ipotesi in cui le auto elettriche abbiano meno materiali provenienti dalla Cina ci si deve attendere che i prezzi salgano. Considerato che già oggi un’auto elettrica non è alla portata di tutti, è chiaro che il mercato in tal modo si restringerebbe ulteriormente, con tanti saluti alla decarbonizzazione e ai sogni del mondo a zero emissioni. La grafite proveniente dalla Cina ha un costo con cui nessuno in Occidente può competere, ad oggi. Da notare che la grafite sintetica prodotta in Cina deriva dalla lavorazione di sottoprodotti della raffinazione del petrolio. Se si fermasse l’industria petrolifera, dunque, niente più grafite sintetica. Un altro gustoso paradosso della transizione ecologica.

LE CONSEGUENZE SUI PREZZI

È vero che quello cinese non è un divieto assoluto di esportazione della grafite, cosa che avrebbe ben altro effetto; dunque, l’impatto sui prezzi non è scontato. Anzi, ultimamente i prezzi del minerale erano molto in calo per via della domanda in ribasso da parte dell’industria dei veicoli elettrici. Il basso costo cinese è legato non tanto al più basso costo del lavoro, quanto al vero e proprio dumping ambientale effettuato dalla Cina, che nell’estrazione, raffinazione e manifattura non ha regole e standard ambientali paragonabili a quelli occidentali. Il processo per trasformare la grafite lamellare in modo che sia utilizzabile negli anodi delle batterie, cioè per portarla da grezza a sferica, ha un forte impatto ambientale. Ancora una volta, emerge tutta l’ipocrisia di una transizione che si vorrebbe ecologica ma che semplicemente sposta il problema più a monte nella catena del valore. Soprattutto, lo porta lontano dai sensibili occhi occidentali, che preferiscono fingere di non sapere.

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