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Terre rare, il governo americano diventa azionista anche di Usa Rare Earth

Prosegue il disegno dell'amministrazione Trump per la "messa in sicurezza" dei minerali critici: il governo americano diventerà azionista anche di Usa Rare Earth, che sta sviluppando una grossa miniera di terre rare. A Washington tirano venti di capitalismo politico.

Con un investimento di 1,6 miliardi di dollari, il governo degli Stati Uniti diventerà azionista di Usa Rare Earth, una società mineraria specializzata nell’estrazione di terre rare pesanti, un sottoinsieme di metalli critici per i settori della difesa, dell’elettronica e dell’energia.

COSA PREVEDE L’ACCORDO PER USA RARE EARTH

L’accordo prevede che il governo americano ottenga una quota del 10 per cento dell’azienda attraverso l’acquisto di 16,1 milioni di azioni e garanzie per altre 17,6 milioni: il prezzo pagato, di 17,17 dollari, è decisamente più basso del valore attuale del titolo in borsa, che si scambia a circa 24,7 dollari.

Usa Rare Earth – che ha una valutazione di 3,7 miliardi – riceverà da Washington anche un finanziamento di 1,3 miliardi proveniente da un strumento finanziario del dipartimento del Commercio che venne creato nell’ambito del Chips and Science Act, la legge del 2022 dedicata alla manifattura e alla ricerca sui semiconduttori.

L’ONSHORING DEI MINERALI CRITICI

Un funzionario del dipartimento del Commercio ha detto al Financial Times che l’accordo è “incentrato sull’onshoring dei minerali critici e strategici essenziali per la catena di approvvigionamento dei semiconduttori e per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Per comprendere questa dichiarazione, bisogna innanzitutto sapere che la Cina controlla l’estrazione delle terre rare, la loro raffinazione e la trasformazione in magneti con delle quote che vanno dal 70 all’85-90 per cento del totale globale. Pechino, in particolare, è l’unico paese a disporre di capacità di lavorazione su vasta scala delle terre rare pesanti, un sottoinsieme di elementi molto difficili da sostituire.

Al momento, gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per l’80 per cento delle loro importazioni di terre rare: si tratta di una vulnerabilità critica, che la precedente amministrazione di Joe Biden e quella attuale di Donald Trump vogliono risolvere attraverso lo sviluppo di catene di approvvigionamento alternative – posizionate in paesi alleati, affini o vicini – e di una filiera nazionale. Con onshoring si intende, appunto, il ritorno in patria di un’attività produttiva.

COSA FA USA RARE EARTH

Usa Rare Earth sta sviluppando una grande miniera di terre rare a Sierra Blanca, in Texas, che dovrebbe contenere quindici dei diciassette elementi delle terre rare: dovrebbe entrare in attività nel 2028. Ha anche intenzione di aprire, nei prossimi mesi, un impianto produttivo di magneti a Stillwater, in Oklahoma.

IL RUOLO DI HOWARD LUTNICK

In aggiunta all’investimento pubblico, Usa Rare Earth riceverà un finanziamento in equity da oltre 1 miliardo di dollari da Cantor Fitzgerald, la società finanziaria che Howard Lutnick (l’attuale segretario del Commercio) ha lasciato in gestione ai figli. Stando al Financial Times, l’operazione di Cantor Fitzgerald sarebbe slegata da quella governativa.

IL CAPITALISMO POLITICO DI TRUMP

L’ingresso del governo americano nell’azionariato di Usa Rare Earths non è una novità: l’amministrazione Trump ha infatti già investito in diverse altre società minerarie, come Mp Materials (terre rare), Trilogy Metals (rame, cobalto, gallio e germanio) e Lithium Americas (litio).

Washington è diventato azionista anche della società di microchip Intel, con una quota del 9,9 per cento. La manifattura di semiconduttori, così come l’estrazione e la lavorazione di certi minerali, sono considerate attività rilevanti per la sicurezza nazionale: da questa considerazione nasce la volontà della Casa Bianca di esercitarvi un controllo diretto.

Queste e altre manovre – ad esempio, il governo americano si è assicurato dei poteri di controllo su Us Steel tramite golden share – sembrerebbero suggerire un allontanamento di Washington dal suo modello tradizionale, basato sul libero mercato e sui vincoli esterni alle imprese, come i controlli alle esportazioni, e un avvicinamento al cosiddetto “capitalismo di stato” europeo, dove l’intervento diretto dello stato nell’economia è maggiore.

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