Energia

Che cosa si dice in Germania sul Piano Green di Bruxelles: troppi fondi a Polonia, Bulgaria e Romania

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Speranze, timori e scenari in Germania dopo l’annuncio a Bruxelles del Fondo per la transizione equa (Just Transition Fund). L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

La prima grana per la Commissione europea guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen potrebbe arrivare proprio dalla Germania. E per di più sul primo tassello del Green New Deal, il fiore all’occhiello della nuova Commissione. Si tratta del Fondo per la transizione equa (Just Transition Fund) che la Commissione ha presentato martedì 14 gennaio a Bruxelles: un pacchetto da 100 miliardi di euro complessivi finalizzato ad agevolare negli anni dal 2021 al 2027 il percorso verso la neutralità climatica che l’Unione Europea promette di raggiungere entro il 2050.

Un pacchetto che prevede una complessa costruzione finanziaria, molto simile a quella del Piano Juncker ideato nel 2015: la tecnica sarà quella di associare denaro privato al denaro pubblico con un effetto di leva finanziaria. Il Fondo sarà dotato di denaro fresco per 7,5 miliardi di euro e raggiungerà un totale di 100 miliardi grazie al cofinanziamento nazionale, al braccio finanziario InvestEu e alla Banca europea degli investimenti.

Ma anche la cifra base di 7,5 miliardi di euro “non è affatto sicura, giacché gli Stati membri, e in particolar modo la Germania, si oppongono all’idea di mettere a disposizione nuovi mezzi finanziari”, scrive oggi in prima pagina l’Handelsblatt. Dei fondi beneficeranno soprattutto i paesi dell’Europa centro-orientale, la cui produzione di energia è ancora molto dipendente da risorse inquinanti. Il caso più noto è quello della Polonia, nel cui paniere energetico il carbone pesa per l’80% e che per questo si è al momento sfilata dall’impegno di puntare alla neutralità climatica da qui al 2050.

Come ha spiegato la commissaria ai fondi di coesione Elisa Ferreira, i criteri fissati per distribuire i fondi saranno legati alle situazioni nei diversi paesi: “L’allocazione dipenderà dall’intensità dei problemi ambientali”, ha detto. Tra questi, la presenza di emissioni nocive, l’occupazione nei settori del carbone e della lignite, la produzione di torba o di scisti bituminosi. E lo scopo del fondo è proprio quello di aiutare i paesi più inquinanti ed economicamente più deboli ad affrontare i contraccolpi sociali ed economici della costosa transizione. Non sorprendono dunque le prime resistenze mostrate dai paesi più ricchi.

E che la proposta del Fondo non avrà vita facile durante il suo iter legislativo potrebbe dedursi dalla risposta che il ministero delle Finanze di Berlino ha dato a un’interrogazione dei Verdi in materia e che l’Handelsblatt ha avuto modo di leggere in anteprima: il bilancio dell’Unione Europea “offre già spazi di manovra sufficienti per mettere a disposizione gli strumenti necessari al raggiungimento degli obiettivi climatici”, è scritto nella nota del ministero. Secondo il quotidiano economico – che cita fonti diplomatiche a Bruxelles – Olaf Scholz esclude anche l’ipotesi di un aumento di capitale della Banca d’investimenti europea, entrando così in rotta di collisione con la Francia che, attraverso il suo ministro delle Finanze Bruno La Maire, aveva proprio auspicato un aumento di capitale affinché la Bei potesse concedere prestiti agevolati per finanziare progetti ecologici. Lo scetticismo tedesco si riflette nel titolo che accompagna il lungo servizio del quotidiano di Düsseldorf, le cui antenne sono sensibilissime agli umori del mondo economico: “L’assegno non coperto”, cui si accompagna il richiamo ai “critici che si lamentano perché i conti non tornano”.

Ma è del tutto improbabile che il governo di Berlino salirà platealmente sulle barricate contro un progetto chiave del presidente von der Leyen. Difatti, se il ministro delle Finanze Spd mostra qualche paletto, quello dell’Industria, il cristiano-democratico Peter Altmeier, non nasconde piena soddisfazione: “Strumenti finanziari aggiuntivi come il Just Transition Fund sono giusti e importanti per l’Europa, è necessario conciliare economia ed ecologia e anche le regioni tedesche potranno usufruire dei finanziamenti a disposizione”, ha dichiarato alla stampa.

Più interlocutoria è la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che pure parla di “vuote promesse miliardarie” nel suo commento. Ma per il quotidiano di Francoforte von der Leyen dovrà dimostrare carisma e leadership, sarà decisivo il modo in cui riuscirà a coinvolgere gli Stati membri: “e comunque potrà sempre contare sulla protezione di Berlino quando le trattative sul bilancio Ue 2021-2027 entreranno nella fase finale durante il semestre di presidenza tedesco”.

L’Handelsblatt focalizza i termini della questione. Il piano è ambizioso, ma finché i paesi contributori netti come la Germania resteranno avari nei confronti di Bruxelles, alla Commissione non resterà altro che riallocare capitoli di budget già esistenti, togliendo i fondi da progetti ritenuti dannosi per il clima (come finanziamenti ad autostrade, gasdotti, naturalmente motori diesel ma anche sovvenzioni agricole non pienamente compatibili con criteri di neutralità climatica), per destinarli a progetti eco-compatibili (treni ad alta velocità, parchi eolici). Per Bruxelles, la transizione climatica si dovrebbe tradurre in un riorientamento dei fondi di coesione, dallo sviluppo all’ambiente. Imprese che non abbassano le emissioni di CO2 non riceveranno più sovvenzioni dall’Ue. Questa è l’unica strada che la Commissione può realisticamente percorrere. Il New Green Deal si configura dunque come “un gigantesco programma di redistribuzione” – conclude l’Handelsblatt – che tuttavia potrà avere successo solo se von der Leyen riuscirà a coinvolgere tutti gli Stati membri, superando anche le forti resistenze di associazioni degli agricoltori e altri gruppi lobbistici.

Nessun quotidiano si imbarca in una stima di quanto di quei fondi, ammesso che il progetto veda la luce così come è stato presentato, possano essere intercettati dalla Germania, che affronta una sua dura transizione dal carbone alle rinnovabili nella regione della Lausitz, a cavallo fra Sassonia e Brandeburgo. Tutti riconoscono che la fetta più grande sarà appannaggio dei paesi centro-orientali, dalla Polonia alla Repubblica Ceca, dalla Bulgaria alla Lituania alla Romania. E la Welt riconosce che il Just Transition Fund serve soprattutto ad ammorbidire le resistenze di questi paesi, per i quali la transizione sarà costosa dal punto di vista economico e sociale. Secondo uno studio della Bei, riportato dall’Handelsblatt, le miniere di carbone occupano 240.000 lavoratori in 12 paesi Ue. Per la maggior parte di essi, le possibilità di trovare un nuovo lavoro sono molto limitate, per mancanza di alternative in quelle regioni e per qualificazione inadeguata ai nuovi lavori. La Commissione europea ha stimato che la Polonia dovrà impegnare ogni anno il 4% del proprio Pil per accompagnare la fuoriuscita dal carbone.

Infine, le reazioni contrastanti sul Fondo per la transizione equa da parte del mondo economico tedesco. Per Christoph Schmidt, capo del gruppo dei saggi, il consiglio di esperti economici della Germania che consiglia il parlamento e il governo tedesco su questioni economico-politiche, i finanziamenti pubblici sono un fattore positivo perché possono permettere di coinvolgere per l’obiettivo finale quegli Stati maggiormente colpiti dalla rinuncia alle fonti energetiche fossili. Schimdt ha aggiunto tuttavia che un grande passo avanti nelle politiche economico-ambientali potrà arrivare solo “quando si arriverà a un sistema europeo completo di scambio di diritti di emissioni di CO2”. Delusione ha invece espresso Erich Schweitzer, il presidente della Camera dell’industria e del commercio tedesco (Dihk), perché il Just Transition Fund di fatto “non mette a disposizione finanziamenti aggiuntivi ma fondi stornati da altri capitoli già esistenti”.

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