Il mondo della chimica tedesca sembra aver imboccato una lunga discesa, con stabilimenti che procedono a ritmo ridotto e un futuro sempre più incerto. Tra produzione in netto calo e impianti utilizzati solo in parte, il comparto industriale che per decenni ha rappresentato uno dei pilastri dell’economia nazionale sta ora scivolando verso livelli che non si vedevano dalla metà degli anni Novanta. L’allarme lanciato dai vertici dell’associazione industriale del settore è chiaro: senza misure rapide, il rischio di un punto di non ritorno diventa concreto.
PRODUZIONE IN CALO E STABILIMENTI SOTTOUTILIZZATI
Nel terzo trimestre del 2025, la produzione chimica ha registrato una nuova contrazione, pari al 4,3% rispetto ai mesi precedenti. Il grado di utilizzo delle capacità produttive, fermo intorno al 70%, impedisce alle imprese di operare con margini sostenibili. Sono i dati forniti in settimana dall’associazione di categoria (Verband der Chemischen Industrie, Vci), che ha ribadito “l’urgenza di interventi concreti per evitare un collasso strutturale”.
Il direttore generale della Vci, Wolfgang Große Entrup, spiega all’Handelsblatt che l’industria “si trova a fronteggiare un indebolimento simultaneo della domanda interna e di quella proveniente dai mercati esteri più rilevanti, condizione che rende ancora più difficile la risalita”. A pesare sulla competitività delle aziende tedesche sono in particolare i costi elevati dell’energia e del personale, oltre a un ambiente burocratico percepito come sempre più complesso e restrittivo, soprattutto per effetto delle norme europee.
L’IMPATTO DEI CONFLITTI COMMERCIALI
Nell’ultimo rapporto pubblicato, la Vci sottolinea anche l’impatto delle tensioni commerciali globali. La politica dei dazi statunitense ha provocato un ridimensionamento significativo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, che rappresentavano uno dei principali sbocchi per il settore: il loro peso sul totale del fatturato estero ha subito una riduzione del 20%. Anche la quota legata alla Cina è diminuita del 12%.
Le difficoltà non risparmiano il ramo farmaceutico: dopo un periodo in cui molti produttori avevano incrementato le spedizioni di medicinali verso gli Stati Uniti per aggirare l’aumento dei dazi, anche questo canale mostra ora segnali di stanchezza. A completare un quadro già complesso interviene la crescente concorrenza dei produttori asiatici, soprattutto cinesi, che immettono sul mercato europeo grandi volumi a prezzi inferiori, sfruttando capacità produttive eccedenti che non trovano più sbocco in America proprio a causa delle barriere tariffarie.
INDICE IFO DEL SETTORE: PROFONDO ROSSO
Gli indicatori sul clima imprenditoriale confermano il progressivo deterioramento della situazione. L’Istituto Ifo di Monaco ha registrato nel mese di ottobre un nuovo peggioramento del clima economico dell’industria chimica, passato da -12,0 a -19,4 punti. Le aspettative per i mesi futuri si sono ulteriormente ridotte, scendendo a -13,3 punti, mentre la valutazione della situazione presente tocca -25,3 punti, tra i livelli più bassi degli ultimi anni.
“La crisi degli ordinativi è uno degli elementi più preoccupanti”, osservano i ricercatori bavaresi nel loro rapporto: “La valutazione del portafoglio ordini è precipitata a -68,9 punti, un dato che non si registrava da oltre tre decenni. Tale scenario costringe le aziende a rivedere al ribasso le strategie commerciali, riducendo i prezzi per mantenere la posizione sui mercati internazionali”. L’utilizzo degli impianti si è attestato al 71% (dato confermato dalla Vci), ben lontano dalla media dell’81% degli ultimi dieci anni. Secondo gli esperti dell’Ifo, “i costi elevati, uniti alla perdita di competitività, non permettono alle imprese di sostenere nuovi investimenti e inducono a ulteriori riduzioni di personale”.
APPELLO A POLITICA E ISTITUZIONI EUROPEE
Di fronte a uno scenario così critico, i rappresentanti delle maggiori aziende del settore sollecitano una revisione urgente del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, temendo un ulteriore aggravio dei costi ambientali. Handelsblatt sottolinea, citando sempre l’associazione dell’industria chimica, che nei prossimi anni tali misure “potrebbero comportare oneri aggiuntivi fino a 250 milioni di euro per singoli siti produttivi situati in Germania, mentre i concorrenti statunitensi non sarebbero soggetti allo stesso peso regolatorio”.
L’associazione ha intanto confermato le sue proiezioni per l’anno in corso: non si attende una ripresa della produzione e il fatturato potrebbe subire un lieve calo, attestandosi intorno ai 221 miliardi di euro. In reazione alla crisi, vari gruppi industriali hanno già annunciato nuovi piani di risparmio e interventi di contenimento dei costi.



