Energia

Gasdotto Baltic, così la Danimarca aiuta la Polonia a sganciarsi dalla Russia

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Permit

Approvato dalla Danimarca il passaggio del gasdotto baltico Baltic. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

L’agenzia energetica della Danimarca Energistyrelsen ha approvato il passaggio attraverso le acque territoriali danesi del gasdotto Baltic che trasporterà il gas dalla Norvegia alla Polonia, rendendo quest’ultima indipendente dai rifornimenti di Mosca. L’annuncio è stato dato alla fine della scorsa settimana. Prende così corpo il progetto studiato dagli operatori delle reti polacco Gaz-System e danese Energinet che prevede la realizzazione di 850 chilometri di condotte offshore e onshore nei territori di Danimarca, Svezia e Polonia.

L’AGENZIA DANESE: UN PASSO A FAVORE DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA POLACCA

Il comunicato con cui la Energistyrelsen ha annunciato il via libera non si addentra nella dimensione geopolitica del progetto, ma ne evidenzia solo le ragioni energetiche: il gasdotto baltico — si legge — contribuirà alla transizione della Polonia dal carbone al gas naturale, aiutando a ridurre i gas serra e riducendo gli alti tassi di inquinamento polacchi, e aumenterà la sicurezza dell’approvvigionamento di gas in Danimarca, giacché il sistema di gas danese avrà accesso diretto al link norvegese Europipe II.

Il gasdotto avrà una capacità bidirezionale di 10 miliardi di mc l’anno e comporterà un investimento complessivo compreso tra 1,6 e 2,1 miliardi di euro, di cui 215 milioni finanziati dalla Ue attraverso il programma Connecting Europe Facility (Cef), un fondo destinato a progetti di inter-connessione su scala europea, nei settori dei trasporti, del digitale e per l’appunto dell’energia. Degli 850 chilometri previsti, 242 interessano le acque territoriali danesi.

LE RAGIONI GEOPOLITICHE: COPENHAGEN AIUTA VARSAVIA A SGANCIARSI DA MOSCA

A sottolineare il valore politico della decisione di Energistyrelsen ci pensa il sito online del Copenaghen Post, l’unico periodico danese in lingua inglese: la pipeline fa compiere alla Polonia un passo decisivo verso l’affrancamento dalla dipendenza energetica russa. Una transizione che passerà anche dalla costruzione di centrali nucleari e di un rigassificatore Lng sempre sulla costa baltica, mentre molti osservatori polacchi si rallegrano per il fatto che il governo di Varsavia si sia deciso a giocare la carta scandinava. Stretta a est e a ovest da vicini ingombranti, la Polonia ha cercato da tempo una sponda a nord, oltre il Mar Baltico: ora sembra averla trovata sul terreno della sicurezza energetica.

Gli operatori danesi e polacchi hanno anche comunicato che saranno accelerati i tempi di realizzazione del progetto. Già all’inizio di dicembre si inizierà a disporre i tubi sui fondali, l’intera opera potrebbe essere pronta nel 2022, anno di scadenza del contratto di fornitura del gas russo che Varsavia vorrebbe non rinnovare. Fonti russe ritengono questa road map un bluff e pensano che questi annunci nascondano il tentativo di strappare condizioni economiche più favorevoli al rinnovo del contratto.

LA SPONDA SCANDINAVA, UNO SMACCO PER NORD STREAM 2

Il gasdotto Baltic è nei fatti anche uno smacco alla Germania, che con il progetto di Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto già esistente adagiato anch’esso sui fondali del Baltico, che trasporta direttamente il gas russo da Vyborg a Greifswald, ha irritato tutti i paesi dell’Europa centro-orientale.

The Copenaghen Post ricorda che il progetto russo-tedesco è sempre impigliato proprio nelle stanze del governo danese, che non ha ancora approvato il passaggio dei tubi nelle sue acque territoriali. E se Berlino utilizza la carota della diplomazia, dicendosi sicura che la Danimarca approverà il progetto in tempo per permettere il completamento dell’opera entro fine anno, a Mosca cresce il nervosismo. Le pressioni di Vladimir Putin verso i dirigenti politici danesi si sono fatte più insistenti dall’inizio di ottobre, il tempo stringe per rientrare nei tempi previsti. Tutti gli altri paesi interessati hanno dato il loro via libera, solo Copenhagen ancora nicchia. Gazprom ha dichiarato che l’opera è ormai completa all’83% dei suoi 2.042 chilometri totali, manca solo il segmento danese. Intervenendo al Russian Energy Week ai primi di questo mese, Putin ha denunciato le forti pressioni cui è sottoposta la Danimarca (Trump e la Commissione Ue sono fortemente contrarie a Nord Stream 2) e ha invitato i suoi governanti a dimostrare indipendenza e sovranità. “Se le autorizzazioni non arriveranno utilizzeremo rotte alternative – ha detto il presidente russo – il progetto sarà più costoso e subirà qualche ritardo ma alla fine penso sempre che lo realizzeremo”. Una rotta alternativa potrebbe costare “centinaia di milioni di dollari” in più, ha ammesso recentemente il presidente di Gazprom Viktor Zubkov e ritardare la sua partenza di 8-12 mesi. A Mosca (e a Berlino) resta la speranza che il via libera al gasdotto “polacco” preluda l’autorizzazione anche ai tubi di Nord Stream 2. Una decisione ecumenica che sollevi il governo danese dalle pressioni che arrivano da ogni parte.

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