Energia

Tutte le contraddizioni dell’Italia sul gas. Report Nomisma Energia

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L’Italia ha importanti riserve di gas, ma ne estrae poco per vincoli ambientali eccessivi. Numeri, confronti e scenari nel rapporto di Nomisma Energia e Confindustria

 

L’Italia, nei prossimi anni, accelererà la transizione low carbon attraverso un mix elettrico pulito, basato anche sul gas naturale. Questa fonte, in realtà, è già protagonista del nostro mix energetico. L’Italia genera il 38% dell’energia elettrica dal gas naturale e solo il 20% da carbone.

Ma proprio sul gas, nonostante le buone potenzialità nazionali, il nostro Paese è fortemente dipendente dall’estero. La denuncia arriva dal position paper di Confundustria “Sistema Gas Naturale – Transizione e competitività”, realizzato in collaborazione con Nomisma energia. Andiamo per gradi.

CALA LA PRODUZIONE NAZIONALE

Partiamo dai numeri negativi. La produzione nazionale, secondo i dati di Confindustria, è in continuo calo. Nel 2017, in particolare, la produzione si è attestata a 5.538 Mln Smc, meno 4,3% rispetto al 2016, coprendo il 7,4% della domanda interna.

Il calo della produzione – fa notare l’analisi – “si è realizzato solo nei giacimenti in mare, che hanno perso il 12% della produzione rispetto all’anno precedente, mentre nelle coltivazioni in terraferma è stato estratto l’8,5% di gas in più rispetto al 2016, dopo quattro anni consecutivi di calo”.

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LE POTENZIALITÀ CI SONO

Eppure le potenzialità per una produzione molto più grande ci sarebbero. Esclusi i grandi produttori fossili del Mare del Nord, quali Norvegia e Regno Unito, l’Italia “occupa il primo posto per riserve di petrolio (circa 225 milioni di tonnellate) ed è il secondo produttore dopo la Danimarca. Nel gas, invece, si attesta in quarta posizione per riserve (circa 123 miliardi di metri cubi) e in sesta per produzione”.

VINCOLI AMBIENTALI

Perché l’Italia non sfrutta le sue importanti riserve? “Gli ostacoli di carattere ambientale posti dalle autorità locali, recepiti nel tempo da importanti norme nazionali, di fatto impediscono lo sfruttamento delle risorse nazionali”, spiega lo studio.

“La prima importante legge che ha accelerato la caduta è il decreto legislativo 129/2010 che, sulla spinta emotiva dell’incidente di Macondo del 20 aprile 2010, ha bloccato le attività sia di ricerca sia di sviluppo. I tentativi dei governi degli ultimi 8 anni sono stati indirizzati a riavviare alcune attività, ma senza successo. A policy attuali la produzione italiana è destinata ad un veloce calo, eppure la filiera nazionale presenta opportunità importanti”, si legge nello studio.

LA DIPENDENZA ITALIANA

E se del gas abbiamo bisogno e non lo produciamo, allora lo dobbiamo importare. Non ci sono alternative. “Oggi l’Italia è importatrice di gas per oltre il 90% del fabbisogno” numeri decisamente alti che mettono a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti, perché soggetti a rapporti con terzi.

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I NUMERI DELLA DIPENDENZA

Il nostro Paese possiede 8 differenti rotte di approvvigionamento e una capacità tecnica totale di importazione di 130 Mld Smc/anno a fronte di una domanda interna pari a circa 70 Mld Smc/anno (72,6 Mld Smc/a nel 2017).

“Dal 2012 la Russia ha superato l’Algeria, divenendo il primo esportatore di gas in Italia con il 39,4% del mercato. Algeria e Russia coprono quasi il 70% dei consumi, evidenziando una forte concentrazione degli approvvigionamenti”.

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DIPENDENZA DA ESTERO: ITALIA SECONDA SOLO AL GIAPPONE (POST FUKUSHIMA)

E sulla dipendenza energetica abbiamo un primato. “L’Italia è il Paese che tradizionalmente ha la più alta dipendenza da importazioni di energia dall’estero, superata di recente solo dal Giappone dopo l’incidente di Fukushima, che ha obbligato la chiusura delle centrali nucleari”, si legge nel rapporto.

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