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A Exxon il petrolio del Venezuela non convince. A Chevron ed Eni, invece…

Trump non gradisce lo scetticismo di ExxonMobil sul Venezuela e dice che potrebbe impedirle di investire nel paese. Intanto, le riserve petrolifere di Caracas fanno gola ad altre società energetiche: Chevron, Shell, Repsol e anche l'italiana Eni. Tutti i dettagli.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che potrebbe impedire alla società petrolifera americana ExxonMobil di investire in Venezuela, non avendo gradito le affermazioni dell’amministratore delegato sulla situazione nel paese sudamericano.

COSA HA DETTO EXXONMOBIL SUL VENEZUELA

Durante una riunione alla Casa Bianca, la settimana scorsa, l’amministratore delegato di ExxonMobil Darren Woods ha dichiarato infatti che, al momento, “non è possibile investire” in Venezuela perché mancano le condizioni. “Le nostre proprietà sono state sequestrate due volte”, ha spiegato, “quindi potete immaginare che per rientrare una terza volta sarebbero necessari cambiamenti piuttosto significativi rispetto a quanto abbiamo visto storicamente e alla situazione attuale”.

Woods vorrebbe dunque dei “costrutti giuridici e commerciali” maggiormente favorevoli agli investimenti. In effetti – come spiegato da Startmag – nonostante la deposizione di Nicolas Maduro, il Venezuela rimane un regime socialista e disfunzionale, instabile dal punto di vista politico e legale e dunque rischioso per gli affari. L’industria petrolifera nazionale, peraltro, è al collasso e servirebbe investimenti multimiliardari sia per rimettere in sesto le infrastrutture che per assumere personale qualificato. Non è detto che le società americane abbiano intenzione di spendere tutti questi soldi, in assenza di solide garanzie e in un momento di bassi prezzi internazionali del greggio.

L’IRA DI TRUMP

Trump ha detto chiaramente di non aver gradito lo scetticismo di Woods. Domenica, durante una conferenza stampa sull’Air Force One, ha dichiarato così: “Non mi è piaciuta la risposta di Exxon. Probabilmente sarei propenso a escludere Exxon [dal Venezuela, ndr]. Non mi è piaciuta la loro risposta, stanno facendo i furbi”.

Qualche giorno prima il presidente aveva annunciato che le compagnie energetiche americane avrebbero investito  “miliardi di dollari” nel settore petrolifero venezuelano. Sulla carta, il paese è ricchissimo di greggio, di cui possiede le riserve più grandi al mondo, ma la sua produzione ammonta ad appena 90.000 barili al giorno: colpa di decenni di malagestione, della diffusa corruzione e, in ultimo, delle sanzioni statunitensi.

Domenica, Trump ha garantito che le compagnie petrolifere straniere “saranno al sicuro, non ci saranno problemi” in Venezuela, e che “hanno avuto problemi in passato perché non avevano Trump come presidente. Avevano persone stupide”. L’allusione, forse, è alle politiche di nazionalizzazione introdotte dal presidente Hugo Chavez (il predecessore di Maduro) negli anni Duemila, che hanno provocato la ritirata degli investitori esteri e la fuga dal paese di molti dirigenti aziendali e ingegneri specializzati.

QUALI GARANZIE?

Non è chiaro quali garanzie di sicurezza verranno fornite da Washington alle aziende americane che investiranno in Venezuela. Trump ha escluso l’utilizzo di soldi pubblici come mezzo di rimborso, avendo dichiarato che “le nostre grandi compagnie petrolifere spenderanno almeno 100 miliardi di dollari dei loro soldi, non del governo”. Ha detto però che il governo potrebbe fornire delle garanzie legali, mentre a occuparsi della sicurezza sul campo sarà il regime venezuelano, non l’esercito statunitense.

L’amministrazione Trump ha detto di voler controllare “a tempo indeterminato” le vendite di petrolio del Venezuela e di gestirne i proventi. La settimana scorsa il presidente ha annunciato che Caracas “consegnerà” agli Stati Uniti dai trenta ai cinquanta milioni di barili di petrolio “soggetto a sanzioni”, che verrà poi rivenduto sui mercati.

CHEVRON, SHELL E REPSOL VOGLIONO SFRUTTARE IL MOMENTO

Non ExxonMobil, ma altre società petrolifere hanno effettivamente mostrato interesse per il Venezuela.

Chevron – l’unica Big Oil statunitense attiva nel paese – ha già fatto sapere di poter aumentare del 50 per cento i suoi livelli produttivi nell’arco di diciotto-ventiquattro mesi: il suo output attuale ammonta a 240.000 barili al giorno.

La compagnia britannica-olandese Shell, per bocca dell’amministratore delegato Wael Sawan, ha detto di essere “pronta” per il Venezuela e di avere delle “opportunità di investimento da miliardi di dollari”.

La spagnola Repsol, invece, ha affermato di poter triplicare la sua produzione a 150.000 barili al giorno entro due o tre anni.

NON SI PUÒ INVESTIRE IN VENEZUELA, DICE EXXONMOBIL. ENI, INVECE…

Anche Eni “è pronta a investire in Venezuela” e a “unirsi alle compagnie statunitensi per velocizzare lo sviluppo” dell’industria petrolifera del paese, ha detto l’amministratore delegato Claudio Descalzi.

Eni – che in passato è stata una delle maggiori rivenditrici del greggio venezuelano – può disporre di circa cinquecento lavoratori in Venezuela e possiede riserve per quattro milioni di barili nel paese.

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