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Exxon, Petrobras, Equinor: ecco chi punta sul petrolio offshore per ripartire

Petrolio

Exxon, Petrobras, Equinor sono alcuni dei nomi di grandi compagnie petrolifere che hanno deciso di scommettere sulle perforazioni di petrolio offshore. Tutti i dettagli

 

Exxon, Petrobras, Equinor sono alcuni dei nomi di grandi compagnie petrolifere che hanno deciso di scommettere sulle perforazioni di petrolio offshore. Un tempo demonizzate, per le difficoltà di produzione e gli alti costi, oggi il petrolio in acque profonde pare essere il secondo greggio più economico al mondo dopo il petrolio mediorientale onshore. È quanto emerge da un’analisi condotta dalla società di consulenza Rystad Energy.

QUANTO COSTANO I GREGGI OFFSHORE

Secondo l’analisi condotta da Rystad Energy il prezzo di pareggio del greggio mediorientale sarebbe di circa 30 dollari al barile contro i 43 dollari al barile del petrolio ottenuto in acque profonde.

EXXON PUNTA SULLA GUYANA

Exxon è stata una delle prime aziende a scommette di nuovo nell’offshore. Di recente ha annunciato l’ultima di una serie di scoperte al largo della costa sudamericana orientale, in Suriname, insieme a Petronas.

La società ha anche annunciato che l’esplorazione della Guyana sarà tra le sue aree prioritarie in futuro, insieme allo shale statunitense, all’esplorazione in Brasile e ai prodotti chimici. Questa ridefinizione delle priorità è importante poiché arriva durante un periodo di crisi che di fatto costringe le aziende a concentrarsi sulle divisioni aziendali più redditizie.

COSA FA PETROBRAS

Exxon non è l’unica che scommette forte sull’esplorazione offshore durante la pandemia. La società brasiliana Petrobras sta pianificando di concentrarsi sull’esplorazione e produzione di acque profonde per i prossimi cinque anni, ha detto la società il mese scorso, quando ha anche annunciato una revisione al ribasso del suo programma di capex.

La compagnia brasiliana ha dichiarato che spenderà 55 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, con un taglio del 27% del piano investimento. Sul totale, l’84% andrà all’esplorazione e alla produzione, la maggior parte nella prolifica zona pre-salt, che si stima contenga miliardi di barili di petrolio non ancora scoperto, si legge su Reuters.

E non è tutto: Petrobras ha in programma di espandersi anche in Guyana. Anche se gran parte delle ragioni di questo attivismo all’estero della compagnia brasiliana sono da attribuirsi agli ostacoli normativi in Brasile è altrettanto vero che il potenziale offshore della vicina Guyana non è passato inosservato ai brasiliani, che condividono lo strato geologico offshore nel nord del paese.

L’ATTIVISMO DI EQUINOR NEL MARE DEL NORD

Nel frattempo, nel Mare del Nord, Equinor sta pompando più di 400 mila b/g dal campo Johan Sverdrup, avvicinandosi quasi a 500 mila b/g il mese scorso, nonostante il continuo calo della domanda. La compagnia norvegese sta anche aumentando la produzione nel campo di Snorre, dove ha sbloccato altri 200 milioni di barili di riserve recuperabili, prolungando la vita del campo fino al 2040. Equinor sta combattendo l’esaurimento naturale e il minor numero di nuove scoperte. Ma sta aumentando la produzione nonostante la minore domanda di petrolio sia a livello nazionale sia a livello internazionale e le previsioni.

LA SITUAZIONE NEGLI USA

Anche gli Stati Uniti incoraggeranno ulteriori perforazioni offshore, almeno per un altro mese, fino a quando cioè non cambierà l’amministrazione Trump. Il Bureau of Safety and Environmental Enforcement all’inizio di dicembre ha dichiarato che assegnerà royalties inferiori agli operatori offshore che investono per aumentare la capacità delle loro risorse. Obiettivo: potenziare al massimo la capacità di questi campi.

LE RAGIONI DEL RILANCIO DELL’OFFSHORE

Ma quali sono le ragioni di questo rilancio inaspettato delle perforazioni offshore? Durante il crollo del prezzo del petrolio 2014-2015 la perforazione petrolifera offshore era stata una delle aree più colpite. Le società di perforazione offshore erano fallite, i progetti di esplorazione erano stati accantonati e il personale licenziato. Poi le compagnie petrolifere si sono rivolte ad altri modi per tagliare i costi, come lo sviluppo di soluzioni tecnologiche che aumentassero l’efficienza della perforazione, ha spiegato Rystad Energy.

PERDITE PER 30 MLD IN 12 MESI PER LE PIATTAFORME OFFSHORE

Cinque anni dopo l’ultima crisi, nonostante il duro colpo ai proprietari di impianti di perforazione a causa del crollo della domanda di petrolio, come ricorda un articolo di Oeedigital, la perforazione offshore è invece molto viva ed è più economica che mai. Le sfide del 2020 hanno lasciato il segno sui valori delle piattaforme offshore con una perdita di circa 30 miliardi in soli 12 mesi.

CALA IL PREZZO DI PAREGGIO DEL PETROLIO OFFSHORE

Ma secondo quanto riferisce lo studio Rystad Energy, il costo di pareggio del petrolio offshore è diminuito di circa il 30% tra il 2014 e il 2018 ed è ora inferiore al valore medio di pareggio dello shale oil statunitense. Questo potrebbe non dire molto dal momento che lo shale è tra le risorse petrolifere più costose, ma conferma comunque qualcosa molto importante: il petrolio offshore sta diventando più economico da estrarre.

UNA BUONA NOTIZIA

Insomma, si tratta di una buona notizia perché la maggior parte delle riserve di petrolio non sfruttate nel mondo si trovano proprio offshore e, nonostante le previsioni pessimistiche della domanda, molti credono che il mondo continuerà ad aver bisogno di milioni di barili di petrolio nei decenni a venire. E in parte, se non la maggior quota di questi milioni di barili, proverranno proprio dai giacimenti in mare aperto.

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