Energia

Ilva e Arcelor Mittal, ecco gli stupori a 5 stelle sulla mossa-choc di Morselli

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Che cosa si bisbiglia sul numero uno di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli, dopo l’annuncio del colosso della siderurgia di voler chiudere l’ex Ilva in assenza di tutele legali e penali sul passato dello stabilimento di Taranto.

“E pensare che ai vertici del Movimento molti dicevano che era una grillina…”.

E’ quello che si mormora in ambienti pentastellati sulla lettera di Lucia Morselli, da metà novembre capo azienda di Arcelor Mittal Italia, che ha annunciato ieri ai dipendenti che il colosso della siderurgia sbaracca dall’Italia per l’immunità penale per le vicende passate dell’ex Ilva (immunità tolta dal governo Conte 2 e in primis da M5S) e per le iniziative della magistratura.

In effetti, nei palazzi romani e non solo romani, Morselli – chissà se a torto o a ragione – era stata incasellata come “vicina al Movimento 5 Stelle”.

Magari perché al posto di Claudia Bugno, già nello staff dell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nel consiglio di Stm il governo poi aveva designato proprio Morselli.

“Stm, dopo la Bugno M5s vuole Morselli”, titolava il Fatto Quotidiano: “I 5Stelle hanno già il sostituto in mente e stanno tentando di convincere Giovanni Tria a scegliere Lucia Morselli, manager che ha stretto legami con quel pezzo di estabilishment che guarda al Movimento per la faccende di sottopotere”, aggiungeva lo scorso aprile il giornale diretto da Marco Travaglio.

La Cdp la scelse per guidare Acciaitalia, la cordata con cui la Cassa, insieme ai franco-indiani di Jindal e alla Delfin di Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, tentò di rilevare l’Ilva, perdendo contro Arcelor Mittal.

“Rumor finanziari riferirono del suo ruolo di consigliori di Luigi Di Maio quando, nell’estate 2018, mise in discussione la cessione del siderurgico Ilva”, aggiunse il Fatto.

A metà ottobre, sorpresa: Morselli passa alla testa (come presidente e amministratore delegato) della cordata che sconfisse la “sua” Acciaitalia nella gara per l’Ilva di Taranto.

E c’è chi sottolinea in ambienti pentastellati come Morselli abbia un ruolo anche nella Link fondata e presieduta da Vincenzo Scotti; ateneo privato che le cronache giornalistiche dipingono come una sorta di fucina dell’establishment grillino.

Morselli, come si legge sul sito della Link Campus University, è in effetti, “Co-programme leader del Corso di Laurea Magistrale in Gestione Aziendale – Business Management”.

“Morselli è una donna fuori dagli schemi, una a cui non sfiora nemmeno l’idea di poter perdere, che spiegava in un libro dedicato a chi voleva far carriera: «Se a 35 anni non l’hai fatta, sei un fallito», ha scritto in un ritratto il quotidiano il Messaggero.

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ECCO UN ESTRATTO DELL’ARTICOLO DEL MESSAGGERO (QUI LA VERSIONE INTEGRALE)

Laureata in Matematica alla Normale di Pisa con il massimo dei voti e lode, comincia la sua carriera nel 1982 in Olivetti, poi è tra i soci fondatori della Franco Tatò e partners.

Ovviamente intorno a una donna così, di pochissime parole, che per non farsi scovare dai giornalisti, non fidandosi di nessuno, faceva le riunioni nei posti più impensabili, inviando ai manager le coordinate gps del posto all’ultimo minuto, sono nate anche tante leggende: una casa a Montecarlo dove va a prendere il sole durante le uniche vacanze che si concede (probabilmente vero), una collezione di moto Ducati; una partecipazione finanziaria al film “La grande bellezza”; la sua presenza, nascosta fra il pubblico, alla prima del film sullo storico sciopero fatto a Terni, senza essere riconosciuta dagli operai che erano andati a vederlo. Di sicuro, tra le sue molteplici attività, è azionista del Chievo e quando era a Terni organizzò una partita di beneficenza a Rossano calabro, città Natale dell’allora questore Carmine Belfiore, con il ricavato devoluto alle popolazioni alluvionate.

E da lì comincia una carriera via via sempre più rapida: fino al 2010 cambia 17 incarichi, acquisisce esperienze nel campo delle comunicazioni, mettendo a segno un colpo dietro l’altro. Guidò la cordata che acquistò Telepiù da parte di Stream, con la successiva nascita di Sky. Quando negli anni 2000 era Cfo di Stream surclassò una manager come Letizia Moratti diventando lei capo di News Corporation in Italia (gruppo Murdoch). Entrò anche nel merito della programmazione televisiva: fu lei, quando era a Stream, a licenziare, dalla sera alla mattina, disattivandogli il badge, Giovanni Minoli. Fu sempre lei a ideare e concordare con Mediaset la diretta ventiquattr’ore su ventiquattro del Grande Fratello. Sua anche l’idea dell’home banking che anticipò prevedendo il servizio sui decoder Stream. Quando i diritti televisivi del calcio erano soggettivi, lei puntò sul Napoli, che allora era in serie C e contribuì alla sua scalata fino alla serie A.

Poi, dopo un intermezzo in cui si dedicò alla telefonia, è passata al settore metalmeccanico. Fino al 10 gennaio 2014 Morselli era amministratore delegato dell’azienda della Thyssen Berco che sta a Copparo di Ferrara ed è stata protagonista di una durissima trattativa che ha portato a drastici tagli del personale e a un braccio di ferro estenuante con sindacati e istituzioni. Un operaio, Simone Pavanelli, scrisse un libro sulle proteste in cui lei non veniva certo raffigurata come una santa. Morselli comprò i diritti per farne un film.

Ma è a Terni che Lucia Morselli diventa un personaggio pubblico, una manager che tutta l’Italia comincerà a conoscere. Arriva nell’estate del 2014, con la fama di tagliatrice di teste, nel mezzo di una crisi delle acciaierie che Thyssen non riusciva a rilanciare. Fama confermatissima. La testa dell’ad di allora, Marco Pucci fu la prima rotolare, seguita poi da quella di decine di altri manager.

Contro il suo piano di tagli, che inizialmente dovevano essere sui 400, scesi poi a 290 e incentivati, e il progetto di chiudere uno dei due forni a caldo, orgoglio di Ast, scesero in piazza a Terni in 30mila, lavoratori che venivano da mezza Italia: un corteo così non si era mai visto nella città dell’acciaio che di scioperi ne ha ospitati tanti. Gli operai delle acciaierie misero in atto lo sciopero più lungo nella storia della fabbrica dal dopoguerra: durò 36 giorni, quasi fino a Natale. Lucia Morselli non fece un frizzo. Quei giorni diventarono epici: cortei sull’autostrada, fermando il traffico per ore con la gente che scendeva dalle auto e, anzichè arrabbiarsi per i ritardi, andava a stringere la mano agli operai. Manifestazioni a Roma, anche a suon di manganellate e al grido di “Caricate! caricate!” e a Terni, l’allora sindaco Leo Di Girolamo colpito da una bastonata alla testa e poi una lunga, lunghissima trattativa al ministero.

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