Venerdì scorso la Commissione europea ha presentato la sua proposta di revisione dell’Ets, il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica, allentando alcune norme definite in precedenza. L’Ets è uno dei pilastri della politica climatica dell’Unione europea, ma viene spesso criticato – in particolare dalle industrie cosiddette energivore, che per ragioni tecniche hanno difficoltà a sostituire i combustibili fossili nei loro cicli produttivi – per il suo impatto negativo sulla competitività, in quanto comporta dei costi aggiuntivi per le imprese.
COS’È L’ETS E A COSA SERVE, IN POCHE PAROLE
L’Ets è il sistema europeo che mette un prezzo alle emissioni di CO2 attraverso un mercato per la compravendita di quote. Ogni anno, infatti, le aziende ricevono delle quote – dei “permessi di emissione”, si potrebbe dire – che le autorizzano a emettere una certa quantità di CO2. Dato però che il numero complessivo delle quote diminuisce progressivamente nel tempo, le imprese più inquinanti dovranno acquistare altri permessi se vorranno continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni; le aziende più “pulite”, al contrario, hanno la possibilità di vendere le proprie quote inutilizzate.
Lo scopo dell’Ets è rendere sconveniente l’utilizzo di combustibili fossili e favorire la diffusione di fonti e tecnologie low-carbon. Ad oggi, l’impatto economico del meccanismo viene avvertito soprattutto dalle aziende energivore (che consumano grandi quantità di energia nei loro processi) e hard-to-abate (difficili da decarbonizzare perché i loro cicli non sono facilmente elettrificabili: la siderurgia, la cementiera e la chimica, ad esempio), che non riescono a sostituire i combustibili fossili e devono perciò acquistare tante quote di CO2.
HA AVUTO SUCCESSO?
Come ricorda Reuters, ogni anno più del 55 per cento dei permessi di emissione vengono venduti sul mercato, mentre la parte rimanente viene distribuita gratuitamente alle imprese. Nel tempo, però, il prezzo della CO2 è cresciuto moltissimo: oggi è sugli 80 euro alla tonnellata, mentre una decina d’anni fa era inferiore a 10 euro.
Dal 2005 a oggi, le emissioni di CO2 dei settori coperti dall’Ets si sono dimezzate. La maggior parte della riduzione, però, è giunta dal settore elettrico, dove il prezzo della CO2 ha ridotto la competitività delle centrali a carbone e gas, favorendo gli impianti rinnovabili. D’altra parte, non c’è stata una riduzione significativa delle emissioni da parte delle industrie pesanti.
COSA PROPONE LA COMMISSIONE EUROPEA SULL’ETS…
La Commissione europea, pur essendo guidata sempre da Ursula von der Leyen, ha da tempo avviato un processo di “alleggerimento” dell’impianto normativo green introdotto negli anni scorsi. Relativamente all’Ets, venerdì Bruxelles ha proposto di rallentare la riduzione dei permessi di emissione disponibili per le imprese: le quote di CO2, cioè, diminuiranno complessivamente del 3,7 per cento all’anno a partire dal 2031 – anziché del tasso del 4,3 per cento attuale – e poi dell’1,7 per cento dal 2036.
Un ritmo di eliminazione più lento lascerà sul mercato più quote rispetto a quanto previsto in origine, contribuendo a contenere il prezzo della CO2 e fornendo più tempo alle imprese per adeguarsi alla decarbonizzazione. D’altra parte, le società che hanno già investito somme miliardarie nella ristrutturazione dei loro processi produttivi verrebbero penalizzate.
… E COSA CHIEDE IN CAMBIO
La Commissione, insomma, propone di lasciar circolare più quote di CO2 per più tempo, venendo incontro alle richieste dei settori energivori e di alcuni paesi – tra cui l’Italia e la Polonia – particolarmente penalizzati dal meccanismo attuale. In cambio, vuole dagli stati membri più trasparenza sull’utilizzo dei soldi raccolti con le aste delle quote Ets, per assicurarsi che questi soldi vengano effettivamente spesi per promuovere l’adozione di tecnologie pulite anziché per altri scopi (come finanziare la costruzione di infrastrutture, ad esempio, o sostenere il bilancio pubblico).
Almeno la metà delle entrate raccolte dai governi nazionali con le aste dell’Ets dovranno essere spese per la decarbonizzazione industriale, dunque; attualmente – dicono le stime della Commissione – meno del 5 per cento dei fondi viene destinato a questo scopo.
Inoltre, l’Unione europea fornirà in anticipo l’80 per cento delle quote gratuite alle aziende che si dotano di piani di investimento nella decarbonizzazione in Europa, per aiutarle a competere con l’estero; il restante 20 per cento verrà assegnato al momento della concretizzazione degli investimenti.
E ORA?
Le proposte della Commissione europea andranno ora approvate dal Parlamento e dagli stati membri. Alcuni di questi – tra i quali l’Italia, come detto – sono favorevoli all’ammorbidimento del meccanismo, mentre altri – Finlandia, Svezia e Spagna, ad esempio – si oppongono a una modifica profonda, ritenendola penalizzante per chi ha già investito nella decarbonizzazione e nell’innovazione manifatturiera: in sostanza, vogliono che il sistema rimanga così com’è per preservare la certezza del quadro normativo, considerata una condizione essenziale per favorire gli investimenti.
NUOVE NORME PER L’AVIAZIONE, UN NUOVO OBIETTIVO PER L’ELETTRIFICAZIONE
Tra le altre cose, dal 2029 l’Ets si applicherà anche al settore dell’aviazione – che dipende dai carburanti di origine fossile: dal cherosene, in sostanza -, ma solo per i viaggi verso mete nel raggio di cinquemila chilometri: la Turchia e il Medioriente saranno dunque coperti dal sistema, ma non gli Stati Uniti.
La Commissione, poi, ha annunciato un nuovo obiettivo di elettrificazione, al 46 per cento entro il 2040: il livello attuale è del 23 per cento rispetto al totale dei consumi energetici finale. Secondo Bruxelles, raggiungere questo target permetterebbe all’Unione di ridurre le spese per le importazioni di combustibili fossili di 260 miliardi di euro. L’elettricità, però, non è una fonte di energia – come il gas naturale e il carbone, o come il solare e il nucleare – ma un vettore, cioè un “contenitore” dell’energia utilizzata per produrla.




