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L’Italia aumenterà le estrazioni di gas?

Qatar

Il governo Draghi, su sollecitazione dell’industria, sta pensando di aumentare l’estrazione di gas dai giacimenti italiani già esistenti. Ecco fatti, commenti e scenari

 

Aumentare l’estrazione di gas dai giacimenti italiani già esistesti, senza quindi nuove trivellazioni, per ridurre il caro-bolletta energetico italiano grazie alla riduzione degli acquisti di combustibile all’estero. A questa idea starebbe pensando il governo su sollecitazione dell’industria energivora italiana, secondo quanto ha ricostruito il Corriere della Sera.

LA PRODUZIONE ATTUALE

Se all’inizio del secolo i giacimenti italiani assicuravano “poco meno di 20 miliardi di metri cubi all’anno all’inizio del secolo, poi il loro contributo è sceso sotto i tredici miliardi nel 2004 e si è fermato a quattro miliardi di metri cubi l’anno scorso (secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico)”, sottolinea sempre il Corsera ricordando che il nostro paese ha aumentato, contestualmente, l’import di gas che acquista dall’estero (70 miliardi di metri cubi), da Russia, Algeria, Norvegia, Olanda, Libia e Qatar e Azerbaigian.

“Da gennaio a settembre abbiamo usato 53,2 miliardi di metri cubi (+6,8% rispetto ai primi nove mesi del 2020), di cui 2,48 (-20,2%) estratti dai giacimenti in pianura padana e dai grandi giacimenti dell’Adriatico, in Basilicata e, in misura contenuta, in Sicilia”, rimarca un altro articolo del Sole 24 Ore.

COSA SI VUOLE FARE IN ITALIA

Ma come si concretizzerebbe tale novità? “Si studia la possibilità di sfruttare più efficacemente i giacimenti già attivi, in modo raddoppiare la quota nazionale da poco più di quattro a circa nove miliardi di metri cubi all’anno. L’impatto sui prezzi sarebbe al ribasso, perché la nuova offerta di origine nazionale permetterebbe di ridurre le tensioni di mercato. E l’effetto per l’ambiente sarebbe positivo, perché si ridurrebbero le emissioni di CO2 prodotte nei tragitti di migliaia di chilometri dalla materia prima importata”, scrive il Corsera.

LE RISORSE ITALIANE

Naturalmente si potrebbe fare di più se si considera che nel sottosuolo italiano “riposano indisturbati almeno 90 miliardi di metri cubi dell’odiosamato metano”, scriveva Il Sole 24 Ore di qualche tempo fa il cui “costo di estrazione si aggira sui 5 centesimi al metro cubo. È una stima indicativa, una media avicola trilussiana, citata da Marco Falcinelli segretario della Filctem Cgil e dall’economista Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Ecco invece il prezzo di mercato del gas che l’Italia importa da Paesi remotissimi: fra i 50 e i 70 centesimi al metro cubo, più di 10 volte tanto”.

BESSI: RICHIESTA ANCHE DA TERRITORI COME QUELLO DI RAVENNA

“Non solo la richiesta viene dall’industria energetica ma anche da territori come quello di Ravenna sede del Distretto Eni Centro settentrionale che ha più volte richiesto formalmente con iniziative, documenti e lettere, lo sblocco del Pitesai e il concretizzarsi del programma Eni da parte istituzionale e delle associazioni datoriali e sindacali – ha sottolineato a Energia Oltre Gianni Bessi (PD) citando i dati del suo libro Gas naturale. L’energia di domani edito da Innovative Publishing -. Ricordo che l’obiettivo del piano Eni Upstream del Distretto Centro Settentrionale italiano già nel 2018-2019 voleva aumentare l’estrazione da 2,8 miliardi a 4 miliardi di metri cubi di gas all’anno, quindi 100 mila barili equivalenti. Un obiettivo che ovviamente poteva essere centrato solo a patto di rilasciare le autorizzazioni previste che poi non sono arrivate anche a causa dello stop imposto dalla moratoria per il Pitesai, il Piano per le aree idonee alle coltivazioni di idrocarburi. Il rilancio del Distretto Centro Settentrionale si poteva attuare con l’incremento di produzioni e di investimenti superiori ai 2 miliardi, con processi di ricerca e sviluppo con l’avvio del piano di decommissioning e di repocessing 3D su 10.000 km quadrati dell’Adriatico grazie all’utilizzo del Green data Center di Eni”, ha concluso Bessi.

LO STUDIO DI ASSORISORSE

“Secondo uno studio presentato al dibattito sul Pitesai dall’Assorisorse, che riunisce l’industria mineraria, sui soli giacimenti di gas dell’Emilia e della Romagna sia in terraferma e sia in Adriatico bisognerebbe investire 322 milioni per raddoppiare da 800 milioni a 1,6 miliardi di metri cubi l’anno l’ormai stanca produzione – sottolinea il Sole 24 Ore -. Per estrapolazione, in Italia servirebbe un paio di miliardi per estrarre circa 10 miliardi di metri cubi l’anno per dieci anni”

PER TABARELLI NESSUN PERICOLO DI SUBSIDENZA O DI NUOVE STRUTTURE

Secondo Davide Tabarelli, intervistato qualche giorno fa su Il Resto del Carlino, “la nostra produzione potrebbe essere di 13 miliardi di metri cubi l’anno in più. Il prezzo del metano oggi sul mercato è di 0,8 centesimi, cioè 4 volte la media del 2020. Significa che lasciamo sottoterra 8 miliardi di euro e diamo soldi serenamente sotto forma di pagamenti a Russia, Norvegia, Libia, Algeria, Azerbaijan e Qatar. Noi paghiamo e Putin produce armi, noi paghiamo e la Libia ci manda i migranti”. Nessun pericolo inoltre sulla subsidenza visto che “stando all’esperienza mutuata fino ad oggi nel mondo ci sono 3 milioni di pozzi attivi, in Italia sono 200 ma non si sono mai registrati fenomeni di pericolosità negli ultimi 50 anni” e che “si possono utilizzare al 90% le strutture esistenti riadattandole con tecnologie ultramoderne. A Gela, per esempio, è previsto un impianto tutto sul fondo del mare”.

(Articolo pubblicato su Energia Oltre)

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