Energia

Eni, Shell, Total, Edison. Ecco il costo della mazzata M5S alle trivelle per la ricerca di gas e petrolio

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Le aziende dell’oil&gas come Eni, Shell, Total ed Edison potrebbero trascinare in tribunale lo Stato per la richiesta di risarcimento danni dovuta alla moratoria per le attività di ricerca di gas e petrolio. Fatti, numeri e approfondimenti

Non accennano a placarsi polemiche e problemi attorno all’affaire delle trivelle italiane. La moratoria decisa dal governo nel Dl semplificazioni, che in queste ore riceverà il via libera definitivo alla Camera, potrebbe trascinare lo Stato di fronte alla giustizia per una serie di cause miliardarie intentate dalle compagnie petrolifere, a richiesta dei danni per la sospensione delle attività di ricerca.

I CRITERI DEL GOVERNO PER QUANTIFICARE LE POSSIBILI RICHIESTE DI RISARCIMENTO

Una prima quantificazione è già contenuta nella Relazione tecnica al provvedimento che ha previsto la possibilità che l’attuazione del Piano generi “possibili richieste di risarcimento o indennizzo che gli operatori colpiti dagli effetti della moratoria potrebbero eventualmente chiedere”.

Il governo ha previsto oltre 470 milioni di euro complessivi tra danno emergente e lucro cessante, stimati secondo alcune considerazioni: in primis che “non sono considerate le istanze di permesso di ricerca e le istanze di permesso di prospezione, poiché si ritiene che il richiedente non abbia maturato alcuna posizione tale da consentirgli di richiedere un risarcimento”.

Poi per i permessi di prospezione e ricerca sospesi “si può considerare l’ammontare complessivo delle spese già effettuate dall’operatore (danno emergente)”. Mentre per le istanze pendenti relative al conferimento di concessione di coltivazione “il cui titolo non sia stato rilasciato prima dell’adozione del Piano e che rientri in un’area considerata non idonea ai sensi del Piano stesso si può considerare l’ammontare complessivo delle spese già sostenute dall’operatore del permesso di ricerca da cui la concessione origina (danno emergente)”.

Invece, spiega il governo, “non si ritiene sia invece dovuto il lucro cessante in quanto il permissionario, non avendo ancora ottenuto il titolo minerario di coltivazione non ha ancora maturato alcun diritto o interesse legittimo in tal senso. In ogni caso, in via prudenziale, si può ipotizzare il riconoscimento al permissionario del danno da potenziale mancato sviluppo del sito minerario”.

IL GOVERNO STIMA IN 470 MILIONI DI EURO LE RICHIESTE DI DANNI

In sostanza, sulla base di tali criteri non spetta nulla per coloro che abbiano presentato istanze di prospezione e ricerca mentre spetterebbero fino a 79,7 milioni di euro a titolo di danno emergente per i titolari di permessi di prospezione e ricerca comprendenti, di fatto, tutti gli oneri sostenuti fino ad oggi dalle 39 aziende attive sul territorio e che si sono occupate di studi, rilevazioni sismiche, perforazioni di pozzi esplorativi.

Infine fino a 65,3 milioni di euro sempre “a titolo di danno emergente” per le spese già sostenute dai 9 soggetti che hanno presentato istanza di rilascio di concessione per la coltivazione di idrocarburi “i cui procedimenti non si siano conclusi positivamente entro la data di approvazione del Piano”. A tale somma, avverte l’esecutivo nella relazione “in via prudenziale va aggiunta la quantificazione del lucro cessante pari a euro 325.675.000,00”. In tutto, dunque, 470 milioni di euro.

PER GLI AVVOCATI DELLE COMPAGNIE SI PROFILANO RIMBORSI MILIARDARI

“Gli avvocati delle compagnie interessate non sono d’accordo – scrive La Stampa in un articolo dell’inviato da New York Paolo Mastrolilli -. Secondo loro i danni emergenti sono molto più significativi, anche perché sono stati calcolati sulla base di prezzi risalenti a diversi anni fa. Il lucro cessante invece potrebbe costare miliardi, mangiandosi ad esempio l’equivalente dei fondi previsti per il reddito di cittadinanza, se venisse dimostrato che i giacimenti bloccati contengono riserve molto significative”.

DECINE LE COMPAGNIE INTERESSATE: TRA LORO ENI, SHELL, TOTAL, EDISON, LE AMERICANE GLOBAL MED, DELTA E ALEANNA, LE BRITANNICHE ROCKHOPPER, NOTHERN PETROLEUM E SOUND ENERGY

Come ricorda sempre il quotidiano torinese, richiamando il Bollettino ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse del 31 gennaio scorso “le compagnie interessate a queste attività in Italia sono decine. Si va dalle più grandi come Eni, Shell, Total, Edison, a molte aziende di varie dimensioni come le americane Global Med, Delta e AleAnna, le britanniche Rockhopper, Nothern Petroleum e Sound Energy con la sussidiaria Appennine e l’australiano Po Valley legata a Saffron Energy e tante altre. Alcune sono piccole aziende che fanno ricerche e poi se trovano qualcosa vendono i diritti alle compagnie più grandi capaci di sviluppare i giacimenti. Questo è il caso della Global Med fondata in Colorado da Randall Thompson. Nel 2013 aveva cominciato le pratiche per condurre ricerche sul ‘Fortuna Prospect’ che si trova nel Mar Ionio davanti alle coste meridionali della Puglia, a cavallo tra la piattaforma continentale italiane e greca. Secondo i tecnici questa zona ha la stessa natura geologica dei giacimenti scoperti di recente a Cipro, in Israele e in Egitto, dove Zohr potrebbe contenere fino a mille miliardi di metri cubi di gas. Una ‘Fortuna’ potenziale enorme per l’Italia che cambierebbe le sorti energetiche del nostro paese”.

SI TENTA LA VIA DEL RICORSO ALLA COSTITUZIONALITA’ DELLA NORMA

Al danno rischia, inoltre, di aggiungersi la beffa visto che nel frattempo “la Grecia avrebbe già autorizzato la trivellazione di un pozzo esplorativo nell’area di questo giacimento che le appartiene, divisa fra Total al 50%, Edison al 25% ed Hellenic al 25%”, sottolinea La Stampa. In ogni caso le aziende petrolifere si sono già mosse e hanno lanciato “la prima iniziativa legale” un network “Per l’energia nazionale” di cui fanno parte AleAnna, Audax Energy, Po Valley, Pengas italiana, Delta Energy, Northsun Italia, Irminio, Appennine, PXOG Marshall che faranno “ricorso sulla costituzionalità dell’emendamento al decreto che riguarda l’energia. Se non basterà a fermarlo, seguiranno le cause per danni. Un modello già esiste – prosegue il quotidiano torinese – cioè l’arbitrato di Rockhopper”. Il caso si riferisce alla licenza di Ombrina Mare nell’Adriatico, bloccata con lo stop alle trivellazioni a meno di 12 miglia dalla costa, contro cui il nostro paese sarà chiamato a rispondere per violazioni dell’Energy Charter Treaty. “L’udienza è prevista proprio in questi giorni e se la compagnia inglese vincesse, indicherebbe una strada da seguire a tutte le altre aziende bloccate dal Decreto Semplificazioni”.

UN COLPO MORTALE AL SETTORE OIL&GAS DEL NOSTRO PAESE

“La sospensione di 18 mesi delle attività di ricerca di idrocarburi rappresenta il colpo mortale al settore Oil & Gas nel nostro Paese, senza che la stessa sia motivata da ragioni tecniche, senza che nella stessa sia evidenziata l’importanza della salvaguardia delle aree protette. Si perderanno certamente i 2 miliardi stanziati da Eni per mantenere e valorizzare il settore offshore ravennate – ha detto qualche giorno fa Giorgio Zuffa manager azienda settore Oil&gas in un intervento su StartMagazine -. Dato il blocco delle attività per i prossimi 18 mesi senza certezza alcuna di cosa accadrà in seguito, la conseguenza naturale per molte aziende sarà il trasferimento della propria sede in Paesi con progetti definiti e con favorevoli condizioni di lavoro. La beffa estrema di questo processo di estinzione è che altri Paesi beneficeranno della eccellenza tecnologica costruita mattone su mattone in tanti anni di esperienza insieme ai relativi benefici economico-fiscali cui l’Italia rinuncerà. Per sempre. Solamente cercando ogni giorno di capire e di imparare mediante il confronto costruttivo con una classe politica preparata potremmo attenuare l’oscurantistica opposizione sistematica dell’evoluzione sociale in cui stiamo precipitando”.

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