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Che fine faranno le raffinerie di Eni in Italia (e non solo)

Eni ha trasferito le raffinerie e i depositi in una nuova società, chiamata Eni Industrial Revolution. Ecco dettagli e obiettivi della mossa.

Eni ha annunciato oggi il trasferimento delle sue raffinerie e dei suoi depositi in Europa e in Medioriente in una nuova società per azioni, chiamata Eni Industrial Revolution e operativa dal 1 gennaio scorso.

GLI ASSET DI ENI INDUSTRIAL REVOLUTION

Tra gli asset conferiti alla nuova società, che in precedenza rientravano nella divisione Refining Evolution & Transformation di Eni, ci sono le raffinerie di Sannazzaro de’ Burgondi, di Taranto e di Livorno (che verrà convertita in bioraffineria entro l’anno), la quota nella joint venture con Q8 sulla raffineria di Milazzo, lo stabilimento di Robassomero, il Centro ricerche sud di San Filippo del Mela, i depositi, gli oleodotti e le partecipazioni in Ecofuel (100 per cento) e in Costiero Gas Livorno (65 per cento).

CHI È IL CEO, QUANTI SONO I LAVORATORI

Le cariche di presidente e di amministratore delegato di Eni Industrial Evolution sono riunite nella persona di Umberto Carrara, già direttore dell’unità Refining Evolution & Transformation.

Il personale ammonterà a circa duemila unità.

GLI OBIETTIVI: DECARBONIZZAZIONE E SEMPLIFICAZIONE

Eni ha spiegato che il passaggio di raffinerie e depositi in una società a sé stante rientra in un processo di semplificazione e si inserisce “nell’ambito della strategia di Eni volta ad assicurare un’offerta energetica completamente decarbonizzata sia nei processi produttivi, sia ai consumatori, cogliendo le opportunità e le prospettive di crescita offerte dalla transizione energetica”.

IL MODELLO SATELLITARE

A differenza di Plenitude (vendita di gas ed elettricità) e di Enilive (bioraffinazione e mobilità), la creazione di Eni Industrial Evolution non sembra però rientrare nel cosiddetto “modello satellitare” del Cane a sei zampe, vale a dire quel modello basato sullo scorporo delle varie divisioni e la loro quotazione in collaborazione con investitori esterni. Almeno per il momento, dunque, non è prevista la vendita di quote di minoranza di Eni Industrial Evolution.

Eni è controllata di fatto dal ministero dell’Economia, che possiede – sia direttamente, sia indirettamente tramite Cassa depositi e prestiti – il 31,7 per cento delle azioni.

L’USCITA DALLE RAFFINERIE TRADIZIONALI

Nel luglio del 2020 l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, disse di considerare la pandemia di coronavirus “un motivo per accelerare la transizione verso l’energia a basse emissioni di carbonio”, vale a dire il passaggio dalle raffinerie tradizionali alle bioraffinerie in grado di lavorare residui agroalimentari. Il contesto economico e geopolitico, però, era molto diverso da quello attuale.

La società possiede due bioraffinerie in Italia, a Porto Marghera e a Gela, entrambe strutture preesistenti e riconvertite; per il 2026 – come accennato – è prevista la conclusione dei lavori in un terzo impianto, a Livorno.

– Leggi anche: Perché la borsa celebra i risultati di Eni nel terzo trimestre
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