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Energia, ecco perché Putin stringe i legami con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti

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Gli affari finora sono per lo più modesti, ma la visita del presidente russo Putin nel Golfo ha posto le basi per una più ampia cooperazione soprattutto nel settore dell’energia

 

Le visite di Stato di Vladimir Putin a ottobre in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato sul terreno una serie di accordi nel settore energia. Malgrado queste intese siano state nella maggioranza dei casi di piccolo cabotaggio o comunque di breve durata, hanno comunque evidenziato un aspetto molto chiaro: l’aumento dell’appetito della Russia verso la regione.

IN ARABIA SAUDITA RAFFORZAMENTO DELLA COOPERAZIONE

In Arabia Saudita, scrive Petroleum Economist, si è trattato in gran parte di un caso di rafforzamento dei precedenti impegni di cooperazione. Durante la visita di Re Salman a Mosca nel 2017, Aramco, Saudi Public Investment Fund e il Russian Direct Investment Fund (RDIF) hanno deciso di creare una piattaforma comune per gli investimenti nel settore dei servizi di energia in Russia, ampiamente interpretata come una contropartita per il sostegno di Mosca ai tagli alla produzione petrolifera mondiale guidata dall’Arabia Saudita. I progressi in tal senso e gli impegni più ampi di una maggiore collaborazione commerciale sono stati però scarsi.

NULLA DI FATTO SU ARCTIC LNG 2

Il legame di più alto profilo, che prevedeva l’acquisto da parte di Aramco del progetto Arctic LNG 2 da 21 miliardi di dollari nella Siberia occidentale, non si è concretizzato. Durante la visita di Putin in ottobre, la compagnia petrolifera statale ha invece siglato nove accordi, la maggior parte dei quali riguardanti fornitori russi di attrezzature e servizi che avevano accettato di stabilire parte delle loro operazioni nel Regno. Otto di essi hanno assunto la forma di protocolli d’intesa (MoU), con l’eccezione di un accordo di vendita e acquisto per Aramco e dei due fondi di investimento statali per acquisire una partecipazione del 30,67 per cento in Novomet, un produttore russo di attrezzature per il settore petrolifero.

BENE IL PETROLCHIMICO

Il settore petrolchimico rappresenta invece un punto di collaborazione più ricco. Sabic, un’azienda saudita controllata dallo Stato in procinto di essere inghiottita da Aramco, ha firmato un MoU con la RDIF e il gruppo ESN, una società russa di private equity, per sviluppare un impianto di metanolo da 2 milioni di tonnellate/anno ad Amur, nel sud-est della Russia. L’accordo è in linea con la strategia di espansione internazionale dell’azienda saudita, che prevede la creazione di siti produttivi vicini a fonti di materie prime o a grandi mercati (in questo caso, la vicinanza alla Cina e al suo vivace settore del metanolo). Un altro accordo riguarda la Sibur, azienda chimica russa che da più di due anni ha avviato un impianto di gomma sintetica nell’ambito di una joint venture, presso l’hub di Jubail, nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, ma con progressi scarsi. Putin, tuttavia, in un’intervista in vista del suo viaggio nel Regno, ha citato proprio questo progetto come esempio di successo del coinvestimento, confermando almeno che il piano rimane vivo per il momento.

LIMITI NELLE PRIORITA’ STRATEGICHE CONCORRENTI (MA NON SUL GAS)

Le possibilità di investimenti congiunti nell’energia tra Russia e Arabia Saudita sono limitate dalle loro priorità strategiche concorrenti, piuttosto che complementari, come principali esportatori mondiali di petrolio. Tuttavia, come gli Emirati Arabi Uniti, anche i sauditi devono affrontare una crescente carenza di gas naturale, frenando l’ulteriore sviluppo dell’industria petrolchimica locale basata sul Gnl e costringendo Sabic a cercare all’estero la crescita.

IL FOCUS SUL GAS DEGLI EMIRATI ARABI UNITI

Ancora più di Aramco, Adnoc ha messo il gas in prima linea nei piani di investimento, e il potenziale di cooperazione degli Emirati Arabi Uniti con la Russia, uno dei maggiori produttori di gas al mondo, è stato evidente nell’accordo di metà ottobre firmato con Lukoil per acquisire una quota del 5 per cento nella concessione gas di Ghasha. Coprendo una vasta area al largo della costa nord-occidentale di Abu Dhabi, il campo potrebbe riportare l’emirato all’autosufficienza entro il 2025 e, successivamente, ad una posizione netta di esportatore.

C’È ANCHE ENI

Sono in corso i contratti per lo sviluppo dei giacimenti di gas naturale di Ghasha, Hail e Dalma, e per lo sfruttamento dei giacimenti profondi di Umm Shaif e Nasr. In genere, Adnoc mette a disposizione degli azionisti stranieri il 40 per cento delle azioni in joint venture, e le partecipazioni in Ghasha, pari a questa soglia, sono state acquisite all’inizio dello scorso anno da Eni, dall’austriaca OMV e dalla tedesca Wintershall Dea.

ANCHE GAZPROM È ENTRATO NEL MERCATO DI ABU DHABI

L’acquisto di Lukoil – il primo da parte di un’azienda russa ad Abu Dhabi – rischia quindi di rappresentare un ripensamento politico. Ma Adnoc, nella scelta di Lukoil, ha giocato molto sulla competenza dell’azienda russa in materia di gas offshore. Un accordo quadro è stato firmato anche con Gazprom che ha riferito di prevedere una cooperazione nell’esplorazione e produzione delle riserve di gas di Abu Dhabi.

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