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Ecco come fermare il caro bollette di luce e gas

Bollette

Cosa si può fare per frenare l’aumento delle bollette di luce e gas. I consigli dell’economista Alberto Clò, direttore di Rivista Energia

Dall’inizio del 2022 il balzo delle nostre bollette – dopo quello cumulato dallo scorso 1° luglio di circa il 40% per l’elettricità e 30% per il metano – sarà ancora fortissimo considerando che le quotazioni ad ottobre del gas naturale sono risultate circa doppie di quelle utilizzate per il precedente aggiornamento.

Per attenuarne l’impatto sui consumatori non basteranno di certo le risorse appostate dal governo nella legge di Bilancio, che sinora, vale ricordare, per fronteggiare gli aumenti delle bollette ha messo in campo 4,7 miliardi di euro.

Ne serviranno ben di più.In una recente audizione parlamentare il Presidente della Cassa per i servizi Energetici e Ambientali (CSEA) – ente pubblico predisposto alla riscossione di alcune componenti tariffarie dagli operatori successivamente erogati a favore delle imprese – ha dichiarato che “ove fosse confermato l’attuale livello delle tariffe, il fabbisogno netto da finanziare risulterebbe pari a 9,5 miliardi di euro per il 2022”.

Una cifra, per rendere l’idea, superiore al costo complessivo del reddito di cittadinanza nel 2020 (7,2 miliardi di euro).

È possibile allora intervenire ex-ante sulle cause dell’aumento dei prezzi e non solo ex-post? Ritengo di sì, agendo su alcuni aspetti della politica energetica e regolatoria relativa al metano: dai criteri di formazione dei suoi prezzi al consumo sino all’aumento dell’estrazione dal sottosuolo del nostro metano per sopperire alla sua scarsità. Non già quindi per ridurne i prezzi ma per accrescerne la disponibilità. Una scelta politicamente complessa, non potendo però il paese rimanere ostaggio di una minoranza che nel 2016 uscì per altro sconfitta dal referendum No-Triv.

La componente energia dei prezzi tutelati del metano (cui si sommano altri costi e imposte) è interamente agganciata a quelli fissati sul mercato di scambio olandese (denominato Title Transfer Facility – TTF) cui viene aggiunta una componente ipotetica di trasporto fino al sistema italiano.

Non si tratta quindi di prezzi effettivamente pagati per l’acquisto del metano – quel che indica quanto sia campata per aria l’idea di accomunarli a livello europeo per ridurli – ma di quotazioni espresse su una borsa cui non sono esenti movimenti speculativi.

I cosiddetti prezzi spot fissati quotidianamente su diverse piattaforme negoziali. Un tempo, prima dell’ottobre 2013, i nostri prezzi al consumo facevano invece riferimento a quelli definiti nei contratti di lungo termine di importazione a loro volta ancorati a quelli del petrolio, così da garantirne la competitività, dovendolo sostituire.

Questi contratti, in cui era implicito un costo per la sicurezza dell’offerta per chi acquistava e della domanda per chi vendeva, sono andati via via riducendosi perché ritenuti – nell’ebbrezza delle liberalizzazioni – contrari all’affermazione di una piena concorrenza dei mercati.

Alla filosofia della sicurezza degli approvvigionamenti si sostituiva in sostanza quella della convenienza dei mercati, come espressa dai prezzi spot, altamente variabili e imprevedibili, perché condizionati da mille variabili esogene (fame di gas in Asia, prezzi del gas liquefatto, etc).

Per alcuni anni, dopo il crash finanziario del 2008 che ha visto una forte caduta della domanda di gas, i prezzi spot sono risultati più convenienti anche di molto rispetto a quelli dei contratti long-term.

Generale era il convincimento che essi potessero ritenersi espressione di una situazione strutturale dei mercati, essendo invece l’esito temporaneo di una forte eccedenza di offerta, favorita anche dalla grande crescita delle movimentazioni del Gas Naturale Liquefatto (GNL) e delle esportazioni americane. Riassorbita questa eccedenza i prezzi avrebbero ripreso a risalire fino agli astronomici livelli dei mesi scorsi.

Da gennaio 2022, si diceva, la situazione peggiorerà e di molto. È possibile infatti stimare un aumento della componente energia dai 47,8 c€/mc attuali a circa 86 c€/mc (quasi l’80% in più). A gennaio 2021 era di 15,1 c€/mc, con un aumento quindi di 5,7 volte.

A parità di tutte le altre componenti, mantenendo l’IVA al 5% e al netto di altri interventi del Governo, l’effetto sul prezzo finale lordo imposte sarà un aumento di circa il 40%. Un’altra gran brutta botta.

È sperabile che la situazione, cessata la stagione fredda, possa migliorare ma il rischio è che la si ritrovi tale e quale l’autunno del prossimo anno. Da qui l’idea di intervenire sulle cause, a partire dall’aggancio dei nostri prezzi al solo mercato spot: più instabile e vulnerabile.

L’idea su cui riflettere potrebbe essere quella di reintrodurre nei criteri di fissazione dei prezzi al consumo in riferimento ai prezzi definiti nei contratti a lungo termine che rappresentano poco meno di un terzo degli approvvigionamenti europei. Nella media di ottobre essi hanno quotato 7,2 doll/Mil. Btu contro di 24,9 doll/Mil. Btu dei prezzi spot sul mercato di riferimento olandese.

Trovare in sostanza un sistema di pricing più equilibrato per i consumatori finali, che attraverso legami ai nuovi contratti a lungo termine, riduca la volatilità dei prezzi al consumo ed eviti, in periodi di shortage come l’attuale – che potrebbero però diventare strutturali – di pagare prezzi assurdamente elevati.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su Rivista Energia: qui la versione integrale)

 

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