Chi è abituato a misurare la realtà con i numeri diffida degli slogan, anche di quelli che gli sono simpatici. Il 15 luglio 2026 la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro tutti e ventisette gli Stati membri per il mancato recepimento nei termini della direttiva sulle case green. Letizia Moratti, Europarlamentare del PPE ha subito rivendicato di avere avuto ragione, leggendo in quell’infrazione di massa la prova che si trattava di una direttiva ideologica. Verrebbe da archiviare la frase come propaganda, e invece stavolta sotto lo slogan un problema vero c’è. Solo che non è un problema ideologico, è un problema di conti.
La direttiva (UE) 2024/1275, per tutti la Case green, chiede al patrimonio residenziale italiano di ridurre il consumo medio di energia primaria di almeno il 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2020. Presi da soli sono numeri ragionevoli. Il problema comincia quando si guarda a quali edifici andrebbero applicati.
Secondo l’ENEA circa il 70% degli edifici residenziali italiani sta nelle classi energetiche più basse, E, F e G. È su questo 43% peggiore del parco che la direttiva chiede di concentrare gli interventi prioritari, e che a livello europeo la Commissione quantifica in 35 milioni di unità immobiliari da ristrutturare entro il 2030. In Italia vuol dire mettere le mani su un patrimonio vecchio e frammentato, spesso di proprietà di famiglie a reddito medio-basso, cioè la parte del Paese meno in grado di pagare il conto.
Poi c’è il secondo numero, quello dei soldi. Per la sola riqualificazione energetica utile a centrare il target del 2030 le stime si aggirano intorno agli 85 miliardi di euro, 84,8 secondo il Centro studi della Fondazione geometri con la CGIA di Mestre, e a una cifra analoga arrivano perfino le analisi commissionate dall’industria delle costruzioni, da Rockwool a Velux, che pure avrebbe interesse a gonfiarle. Chi allarga il conto all’adeguamento completo del patrimonio, come l’Energy&Strategy del Politecnico di Milano, sale a 180 miliardi. In tutti i casi è una cifra paragonabile a quanto l’Italia ha bruciato in tre anni fra Superbonus, Ecobonus e Bonus casa, con la differenza che quella stagione ha lasciato nei conti pubblici una ferita che nessun governo ha voglia di riaprire. E la domanda vera resta senza risposta: chi paga.
Il dato più eloquente, però, non lo ha fornito la politica. Alla scadenza del 29 maggio 2026, ultimo giorno utile per recepire la direttiva, nessuno dei ventisette Stati membri era in regola, e per questo a metà luglio Bruxelles ha spedito a tutti la lettera di messa in mora, con due mesi per rispondere. L’Italia, in quel gruppo, sta nella posizione peggiore, con due procedure aperte: già a fine 2025 non aveva mandato alla Commissione neppure la bozza del suo Piano nazionale di ristrutturazione, e per mesi la direttiva non è comparsa nemmeno nella legge di delegazione europea in discussione in Parlamento. Ma il ritardo, questa volta, non è un vizio nostro.
Quando ventisette Stati su ventisette, con governi di ogni colore, ordinamenti diversi e interessi spesso opposti, mancano lo stesso termine che conoscevano da due anni, l’aggettivo “irrealistica” smette di essere un’accusa politica e diventa una constatazione tecnica. Il ritardo di un Paese è pigrizia nazionale. Il ritardo di tutti è un difetto della norma.
Sul valore degli immobili il ragionamento va fatto con qualche cautela. Dal 29 maggio 2026 è cambiata la scala dell’Attestato di prestazione energetica: la nuova classificazione europea assegna la lettera G, la peggiore, sempre al 15% degli edifici meno efficienti del parco nazionale. Il mercato, a dire il vero, l’efficienza la prezza già da sé, e lo scarto di prezzo fra una casa in classe alta e una in classe bassa è misurabile senza bisogno di alcun obbligo. La direttiva non inventa quello sconto, lo fotografa, lo certifica e gli mette una data, scaricandolo per intero sui proprietari del patrimonio peggiore, cioè sui meno abbienti.
E questi meno abbienti conviene guardarli in faccia. Basta entrare nei centri storici di molti comuni italiani, compreso quello dove vivo: svuotati nel tempo dalle famiglie di sempre, oggi sono abitati soprattutto da nuclei a reddito basso, spesso stranieri e quasi sempre in affitto, dentro alcuni degli edifici più vecchi e meno efficienti che ci siano. Sono le case che la direttiva mette in cima alla lista degli interventi, e sono anche quelle in cui nessuno ha davvero interesse a spendere.
Il proprietario, molto spesso pensionato, che non ci vive non ha motivo di investire, l’inquilino che ci vive non ha i soldi per farlo, e l’aumento di valore che premia chi riqualifica va comunque a una casa che non è sua. L’incentivo si perde per strada, e a restare ferma è proprio la parte peggiore del patrimonio. Una cosa che si vede da qualunque centro storico, e che a Bruxelles evidentemente non è entrata in nessun modello.
Non che l’obiettivo sia sbagliato, sia chiaro. Gli edifici valgono circa il 40% dei consumi energetici europei e oltre un terzo delle emissioni legate all’energia, e decarbonizzarli è una cosa seria. Il testo del 2024, tra l’altro, è già un compromesso al ribasso rispetto a quello che aveva votato il Parlamento, con obiettivi intermedi ammorbiditi e più deroghe. A non funzionare non è la direzione, ma la distanza fra il tavolo dove si scrivono i target e il cantiere dove qualcuno dovrebbe tirarli su.
È un paradosso che a questa Europa capita spesso, e a cui ho dedicato un capitolo del saggio Vaticano Zero Day: la stessa macchina che sa fissare al millimetro la taglia minima del pesce da pescare e obbligare il tappo a restare attaccato alla bottiglia, spesso sotto la spinta di questa o quella lobby, perde la misura appena la posta si alza. Sulla lunghezza di un pesce i conti tornano sempre. Sugli 85 miliardi di un Paese, molto meno.
C’è poi un conto ancora, il meno nominato di tutti, che è industriale. Ordinare per decreto pompe di calore, pannelli e inverter vuol dire far esplodere una domanda che l’industria europea da sola non riesce a coprire, perché buona parte di quelle tecnologie, il solare in testa, oggi si produce in Asia e soprattutto in Cina. Così, mentre firma la decarbonizzazione delle sue case, l’Europa firma anche un enorme ordine di importazione. Al conto finanziario che non torna se ne aggiunge uno di sovranità industriale, che pesa di più. Si proteggono i nodi, non i canali, e i nodi, qui, li abbiamo lasciati fuori casa.
La conclusione seria non è né incrociare le braccia né brindare a un’infrazione che riguarda tutti e ventisette e non sposta niente. È tarare gli obiettivi su quello che si riesce davvero a finanziare, costruire e anche a produrre, e rimettere in piedi un sistema di incentivi stabile prima di chiedere i risultati. Del resto, qualcosa già si muove: davanti a un ritardo così generale, a Bruxelles si comincia a parlare di correttivi e di maggiore flessibilità, che è il modo educato di ammettere che i conti non tornavano. Sugli obiettivi si può ancora litigare. I conti, invece, prima o poi arrivano lo stesso.






