Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un accordo per l’esportazione di petrolio venezuelano in territorio americano: un’intesa dal valore stimato di 2 miliardi di dollari che, tra le altre cose, potrebbe interferire con l’approvvigionamento energetico della Cina, la maggiore acquirente del greggio di Caracas.
IL CONTESTO, IN BREVE
Il Venezuela possiede le più grandi riserve di greggio al mondo, eppure contribuisce per meno dell’1 per cento all’offerta globale perché la sua industria petrolifera è al collasso. Le politiche di nazionalizzazione introdotte dall’ex-presidente Hugo Chavez nella seconda metà degli anni Duemila, e portate avanti dal suo successore Nicolas Maduro, si sono rivelate fallimentari: decenni di malagestione, di scarsi investimenti e di corruzione hanno lasciato il settore privo di infrastrutture adeguate e di capitale umano, fuggito all’estero. Per risollevare il comparto petrolifero venezuelano servirebbero tempo e investimenti multimiliardari: Trump ha detto che le compagnie energetiche statunitensi sono pronte a sostenere la spesa, ma non è così scontato.
Gli Stati Uniti sono oggi i maggiori produttori di greggio al mondo, ma ne producono una varietà “leggera” che non coincide con la tipologia più adatta alle raffinerie sulla costa del Golfo. Per ragioni storiche, infatti, questi stabilimenti sono stati progettati per raffinare greggio “pesante”, come quello venezuelano.
Verso la metà di dicembre gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale verso il Venezuela per impedirle di esportare petrolio: la mossa rientrava in una più ampia strategia di pressione contro il regime di Maduro, culminata poi con l’attacco del 3 gennaio che ha deposto il presidente.
L’ACCORDO SUL PETROLIO TRA STATI UNITI E VENEZUELA
Trump ha detto di volere che la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, garantisca alle aziende statunitensi un “accesso totale” al settore petrolifero venezuelano. Attualmente, l’unica Big Oil americana presente nel paese – le altre lo hanno abbandonato a seguito della nazionalizzazione – è Chevron, in possesso di una licenza speciale che la esenta dalle sanzioni: il suo output ammonta a circa 140.000 barili al giorno e viene destinato alle raffinerie sulla costa del Golfo.
In un post pubblicato il 7 gennaio sul suo social network, Truth, Trump ha dichiarato che il Venezuela “consegnerà” agli Stati Uniti dai trenta ai cinquanta milioni di barili di petrolio “soggetto a sanzioni”. “Questo petrolio”, ha aggiunto, “sarà venduto al prezzo di mercato e il denaro ricavato sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio dei cittadini del Venezuela e degli Stati Uniti!”. L’attuazione del piano è stata affidata al segretario dell’Energia Chris Wright.
UN DANNO ALLA CINA?
L’agenzia Reuters ha scritto che l’accordo potrebbe comportare il riassegnamento agli Stati Uniti di carichi petroliferi destinati inizialmente alla Cina. Pechino è la maggiore creditrice di Caracas e i carichi di greggio rappresentano una forma di pagamento del debito venezuelano, che si aggira sui 10 miliardi di dollari.
La Cina è anche la prima acquirente di petrolio al mondo: il Venezuela vale all’incirca il 4 per cento delle sue importazioni petrolifere totali.
UN REGALO A CHEVRON
Come detto, Chevron è l’unica grande azienda petrolifera americana presente in Venezuela, che ha peraltro continuato a esportare greggio anche durante il blocco navale. Sarà lei, dunque, a gestire i flussi oggetto dell’accordo.
E AL VENEZUELA?
Al momento non è chiaro – fa notare Reuters – se, in che misura e in che modo i profitti delle vendite dei trenta-cinquanta milioni di barili menzionati da Trump verranno distribuiti al Venezuela. La compagnia petrolifera statale Pdvsa è soggetta a sanzioni finanziarie: i suoi conti bancari sono congelati e non può effettuare transazioni in dollari. Anche la presidente ad interim Delcy Rodriguez è soggetta a sanzioni dal 2018.






