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Cosa (non) succede all’ex Ilva e all’ex Lucchini

Ex Ilva

Il futuro dell’ex Ilva e dell’ex Lucchini di Piombino è ancora un’incognita. L’intervento di Guglielmo Gambardella, coordinatore nazionale Uilm per il settore siderurgico

 

Il futuro dell’ex Ilva e dell’ex Lucchini di Piombino continua ad essere una grande incognita nel panorama siderurgico italiano. Per questo motivo, i lavoratori dei due gruppi sciopereranno e manifesteranno il 10 novembre a Roma per chiedere certezze sul destino di circa 25000 lavoratori e di un importantissimo asset industriale italiano.

Il dibattito scaturito in Italia su come controllare le scelte delle multinazionali nell’interesse nazionale coinvolge anche le produzioni di acciaio. Per l’ex Ilva, ArcelorMittal è affittuaria e gestore dal 2018 dell’ultimo e più grande impianto di acciaio a ciclo continuo italiano. Per l’ex Lucchini di Piombino, il gruppo Jindal è proprietaria dell’unico impianto di produzione di rotaie del nostro Paese. Entrambe le produzioni sono strategiche per il nostro sistema manufatturiero e per lo sviluppo del nostro sistema infrastrutturale.

Il governo italiano sta provando a correre ai ripari con l’ingresso di Invitalia al 50% in Acciaierie d’Italia, già avvenuto in aprile di quest’anno, e con un possibile ingresso in Jindal Steel Italy a Piombino che, presumibilmente potrebbe realizzarsi entro la fine del mese in corso.

Ad oggi, nonostante i 400 milioni di euro versati da Invitalia per l’ingresso come socio a 50%, la gestione operativa dell’ex Ilva rimane saldamente nelle mani di Mittal che, con scarso interesse, si limita ad una gestione ordinaria degli stabilimenti senza alcuna visione di lungo periodo. Quello che si registra nell’ex Ilva è un lento degrado degli impianti, il mancato sviluppo delle tecnologie, alcun recupero di quote di mercato, pur in una fase particolarmente favorevole della domanda di prodotti siderurgici, ed un massiccio ed ingiustificato ricorso agli ammortizzatori sociali che vede migliaia di lavoratori in cassa integrazione. Ricordiamo che la capacità produttiva di Taranto è di circa 8 milioni di acciaio colato rispetto ai 3,4 milioni di tonnellate consuntivate nel 2020. L’ambientalizzazione di Taranto resta il tema fondamentale insieme all’occupazione per i sindacati ma sembrerebbe essere ormai scomparso dalle discussioni politiche e dalle priorità aziendali.

Analoga situazione si rileva per Piombino dove gli indiani di Jindal sono subentrati nel 2018 senza dar seguito agli impegni assunti per la realizzazione di un piano di investimenti per il rilancio del sito siderurgico toscano a partire dalla mancata costruzione del nuovo forno elettrico in sostituzione dell’altoforno spento nel 2014.

In sintesi, lo scenario descritto ci riporta un quadro che sembrerebbe vedere una parte significativa della siderurgia italiana “sotto scacco” delle multinazionali coinvolte.

Il ministero dello Sviluppo Economico è dunque impegnato nella ricerca di una via d’uscita che nel caso dell’ex Ilva potrebbe essere rappresentata dall’appuntamento per l’aumento di capitale sino a 680 milioni, da realizzarsi entro il mese di maggio del 2022, che porterebbe Invitalia al 60% e l’acquisto da parte di ArcelorMittal dei rami d’azienda.

Purtroppo i futuri piani dei due gruppi siderurgici restano ancora una grande (insostenibile) incognita per realtà industriali di tale rilevanza per i riflessi economici, sociali ed ambientali che ne derivano.

Per questi motivi centinaia di lavoratori sfileranno il 10 novembre per le strade di Roma con la richiesta di avere certezze sul loro futuro e delle aziende da cui dipendono.

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