Energia

Cop25, ecco come Cina e Usa bluffano. L’analisi di Clò

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cambiamenti climatici

Gli Stati Uniti escono dall’Accordo di Parigi. La Cina punta a costruzione monstre di centrali a carbone. E l’Europa rischia il tafazzismo. L’analisi sul futuro dei cambiamenti climatici dell’economista Clò, direttore di Rivista Energia

Due recenti fatti – uno palese l’altro molto meno – segneranno in modo cruciale il futuro climatico del mondo: allontanando il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, a prescindere da quel che accadrà a Madrid durante COP 25. Il fatto palese è l’uscita formale degli Stati Uniti dall’Accordo; l’altro è la costruzione monstre di centrali a carbone in Cina.

Morale: i primi due emettitori di gas serra (insieme vi contribuiscono per il 43%, rispettivamente 15% e 28%) nei fatti non stanno dando seguito agli impegni presi nel 2015.

IL PUNTO

Capitolo Stati Uniti: lunedì 4 novembre 2019 l’amministrazione statunitense ha formalmente notificato alle Nazioni Unite la decisione di uscire dall’Accordo di Parigi. Il presidente Donald Trump lo aveva annunciato il 1° giugno 2017 – perché a suo dire “the Paris accord will undermine (the U.S.) economy and puts (the U.S.) at a permanent disadvantage” – pochi giorni dopo averlo anticipato al G7 di Taormina scontrandosi con gli altri partecipanti al punto che i media ribattezzarono quel Summit “G6+1” a testimonianza dell’isolamento della Casa Bianca.
A dire il vero quell’annuncio fu accompagnato da una velata richiesta americana di ridiscutere alcune clausole dell’Accordo cui gli altri paesi, specie quelli europei, opposero un netto quanto opinabile rifiuto.

I NUMERI

In base all’articolo 28 dell’Accordo di Parigi, un paese che vi abbia aderito può notificarne il ritiro dopo tre anni dall’avvio della sua adesione. Avvenuta nel caso degli Stati Uniti il 4 novembre 2016: quindi il 4 novembre 2019. Da questa data parte il processo di uscita che si ultimerà esattamente un anno dopo: il 4 novembre 2020, il giorno dopo le prossime elezioni americane.

Sul piano fattuale se è pur vero che vengono meno gli impegni formali che gli Stati Uniti si erano dati nel Piano Nazionale di riduzione delle emissioni di gas serra, è altrettanto vero che prevedibilmente proseguirà la riduzione delle sue emissioni di anidride carbonica osservata in passato: dell’1,7% m.a. tra 2007 e 2017 grazie alla sostituzione del gas al carbone nelle centrali elettriche. Negli Stati Uniti quest’anno hanno chiuso due centrali a carbone: la più grande e la più inquinante.

LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI

La riduzione delle emissioni negli Stati Uniti appare sorprendente alla luce dell’errata percezione che se ne ha, essendo di poco inferiore a quella media europea dell’1,9% m.a., ma di molto superiore a quella di paesi che cercano di darsi un’immagine di virtuosità climatica come Germania, Belgio, Olanda, Norvegia.

Capitolo Cina: nel 2019 è ripresa alla grande la costruzione di centrali a carbone in Cina stimate dal Financial Times in ben 148.000 MWe. Un dato assolutamente impressionante pari all’intera potenza delle centrali a carbone in Europa, ma ancor più eclatante, superiore all’aumento registrato nel 2018 su scala mondiale dell’intera potenza cumulata di eolico e solare, pari a 143.000 MWe.

IL RUOLO DI CINA E USA

Disattendendo gli impegni assunti, Pechino ha rafforzato la via del carbone, che contribuisce per il 66% della sua complessiva generazione elettrica, contro nemmeno il 9% di solare ed eolico. Superiore quindi di 7 volte. Non solo, la Cina sostiene il carbone sia al suo interno che in tutto il mondo, con un sostegno finanziario lo scorso anno di 36 miliardi di dollari per la costruzione di 399 GWe centrali. Tutto il Sud-Est asiatico (Tailandia, Vietnam, Cambogia, Singapore etc.) sta conoscendo una forte crescita degli impieghi di carbone nella generazione elettrica.

Con America e Cina che stanno disattendendo gli impegni assunti nel 2015, che ne sarà dell’Accordo di Parigi? Temo molto poco. Quel che è pienamente attestato dal rapporto appena uscito delle Nazioni Unite che afferma che “even if all unconditional Nationally Determined Contributions (NDCs) under the Paris Agreement are implemented, we are still on course for a 3.2°C temperature rise”. Due volte quel che sarebbe necessario conseguire.

(Estratto di un articolo pubblicato su Rivista Energia)

 

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